Sul Pezzo
C’è Taranto tra i porti utilizzati dalla mafia cinese. Ecco la mappa del crimine
Taranto è uno degli snodi utilizzati dalla mafia cinese per il contrabbando e l’importazione, lo stoccaggio e la distribuzione di prodotti contraffatti fatti arrivare dalla Cina. E’ quanto evidenza la Direzione Investigativa Antimafia nell’ultima relazione disponibile relativa ai primi sei mesi del 2017. Una realtà, quella di Taranto e della sua provincia, segnata da bande criminali in contrasto tra loro, guerre interne, giovani leve che scalpitano per emergere, traffico di droga, estorsioni e l’immancabile usura. Una pluralità di consorterie in costante mutamento, “anche in ragione – scrive la Dia – di contrasti interni che ne alterano gli equilibri e gli assetti”.
SECONDA GENERAZIONE IN GUERRA – Una criminalità che stringe “patti transitori” di non belligeranza tra figure storiche della malavita tarantina, “finalizzati ad acquisire maggiore potere, anche con azioni di forza, su consorterie criminali minori attive nel capoluogo espressione dell’ambizione di giovani leve che si dimostrano spregiudicate, violente e in cerca di spazi per svolgere autonomamente le attività criminali”. Molta aggressività, ma ancora poca forza reale. Secondo la Direzione antimafia, infatti, “si tratta di bande che, pur mirando alla conquista della leadership mafiosa, non risultano ancora in grado di mettere in discussione il carisma criminale degli esponenti degli storici clan”.
Segnali di rinnovamento si intravedono anche nei clan “storici”. La seconda generazione “sta assumendo un ruolo direttivo nella prospettiva di garantire continuità e sopravvivenza al gruppo mafioso, spesso si constata il passaggio del testimone in favore dei figli ed anche dei nipoti dei boss, in molti casi costretti a scontare lunghi periodi detenzione. In tale contesto, a Taranto, anche nel semestre in esame si segnalano molteplici sequestri di armi, spesso rinvenute nascoste in edifici abbandonati del centro cittadino”.
LA MAFIA CINESE – Sotto stretta osservazione è la criminalità cinese che mostra una tendenza verso modelli delinquenziali gerarchicamente strutturati, con caratteristiche di mafiosità. “Un assetto verticistico – sostiene la Dia – caratterizzato da una fitta rete di rapporti, ramificati sul territorio e capaci di condizionare le dinamiche, lecite e illecite, proprie della comunità. Si tratta di relazioni basate essenzialmente sul legame familiare (l’organigramma criminale si struttura per linea parentale, secondo precise gerarchie interne) e solidaristico, con una fratellanza criminale nata, in molti casi, prima dell’arrivo in Italia e che si alimenta anche attraverso il costante reclutamento di giovani leve. La presenza di quest’ultime risulta sempre più consistente all’interno delle cellule criminali ed è connotata da una spiccata violenza nei confronti dei clan rivali. Allo stesso tempo, nelle organizzazioni vige la guanxi, ossia una rete assistenzialistica che assicura benefici e servizi e che contribuisce sensibilmente ad accrescere il livello di omertà”.
“È sulla solidità di questa complessa struttura organizzativa che si regge il vasto “paniere” degli investimenti illeciti
che fanno capo alla criminalità cinese. Tra questi rilevano, in primo luogo, il contrabbando e l’importazione, lo stoccaggio e la distribuzione di prodotti contraffatti, fatti arrivare dalla Cina attraverso i porti e gli aeroporti. Tali canali vengono utilizzati anche per il traffico illecito di rifiuti…”
