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Elezioni Taranto, la “normalizzazione” è servita

Pubblicato | da Angelo Di Leo

Ottantamila tarantini non hanno votato (su 178mila aventi diritto). Il 58% degli elettori si è frazionato come previsto dai sondaggi e dagli analisti: come un gran premio di formula uno, griglia di partenza a coppie. E così è stato, con un paio di sorprese frutto proprio dell’enorme astensione: Baldassari-Melucci/Cito-Nevoli e a seguire Fornaro, Sebastio, Bitetti, Brandimarte Romandini e Lessa.

Esatti gli exit poll. Sostanziamente esatto, per larghi tratti, l’ultimo sondaggio di maggio. L’affluenza prevista era pari a 100mila elettori (sarebbe stato il 65%, o giù di lì) invece è mancato un 7% di cui tutti i candidati dovrebbero fare ammenda. E non solo loro: anche chi ha amministrato la città per dieci anni avrebbe dovuto riflettere sull’eredità politica e sociale lasciata, invece di consegnare vuote relazioni su quanto di poco (e a volte anche male) ha prodotto.

Tornando al voto di ieri, e agli scrutini di oggi lentamente ancora in corso, i dati salienti che emergono ci sembrano i seguenti: l’affluenza ha favorito le coalizioni organizzate e i consiglieri tenutari di pacchetti solidi  e radicati di consenso (vedremo in giornata le preferenze e le due ipotesi di Consiglio comunale che producono).   La città che si è espressa (mezza Città!) ha optato per il 40% (22% Baldassari e e 18% Melucci) per due approdi ritenuti “solidi e “sicuri”. I flussi di voto, zona e per zona, e seggio per seggio, consegneranno stasera il necessario dato analitico ma è un fatto che la frammentazione del polo ambientalista/sinistra (categoria virtuale) ha fatto il gioco della richiesta di “normalizzazione” del discorso politico tarantino. Centrodestra e centrosinistra restaurano se stessi e mostrano l’oggettiva capacità di incollare i cocci sparsi dal dissesto finaziario (un big bang elettoralmente rientrato) e dal dissesto politico (Pd e affini hanno superato gli effetti collaterali della controversa cura del dottor Stefàno). La frammentazione tiene basse le percentuali ma non altera il significato politico dei numeri.

Si sono presentati, Melucci e Baldassari, come i garanti credibili di due gruppi elettorali che in un mese e mezzo hanno parlato un linguaggio univoco, incassando sui social e rilanciando agli angoli delle strade di periferia e nei salotti che contano. Centrodestra e centrosinistra, con tutto quello che significano in termini di potere, rappoprti personali, interessi sociali diffusi, e proposta politica agganciata a Roma come a Bari, hanno puntellato i loro palazzi. Quei palazzi  minati da un dissesto statico senza precedenti dal 2006 a ieri sera (a Taranto).

Le elezioni comunali non sono elezioni tipicamente politiche ma stavolta un senso politico lo hanno acquisito, eccome.

Mario Cito, dal canto suo, non ha saputo raccogliere la protesta che sperava di incarnare. Il sentimento di rivalsa, unito all’istinto di impartire una “lezione” al potere precostituito, non è stato veicolato nell’imbuto At6. La formula “con me c’è mio padre” non ha funzionato. Parabola che scende..

Francesco Nevoli non ha convinto chi si pensava potesse votare Cinque Stelle a prescindere. Ovvero, a prescindere dalle comunarie che avevano spaccato in due come una mela il movimento. A prescindere dalle polemiche plateali consumate sui social tra attivisti e simpatizzanti. Ciò,  nonostante il ghota nazionale M5S ci abbia messo la faccia (Di Maio, Grillo, Di Battista). Clima locale (una parte di elettorato non ha dato fiducia alla lista certificata dallo staff) e flop nazionale (tracollo ovunque) si sono rivelati la miscela che ha fatto implodere il movimento grillino: se vorrà riemergere alle prossime Politiche dovrà abbassare i toni interni, aggiornare la porpria strategia e riconsegnarsi compatto all’opinione pubblica. L’Italia è abuituata a disilludersi dopo un po’…

Dalla deludente performance Cinque Stelle hanno certamentre tratto un piccolo beneficio Franco Sebastio (versa sorpresa di queste elezioni!) che ai voti della sinistra tarantina ha saputo aggiungere quelli di chi altrimenti avrebbe votato M5S. Stesso dicasi per l’ecologista Vincenzo Fornaro, che delude le proprie aspettative: sfiora i livelli di Bonelli (2012), fruisce del contributo dello spicchio di sinistra che ha seguito la Lemma in questa alleanza (non sufficiente al salto di qualità, numeri alla mano)  e  che si è ritrovato a rappresentare il voto di “ripiego”  (o di “salvataggio”, che dir si voglia) per chi non era convinto dell’altra opzione anti Ilva, quella grillina appunto.

Luigi Romandini e Massimo Brandimarte hanno svolto la loro campagna elettorale, ottenendo forse il massimo possibile in questo quadro così frantumato.

Infine, Piero Bitetti. Alla luce del balottaggio che si va configurando (Baldassari-Melucci) sarà l’ago della bilancia. Attraversa le due coalizioni e probabilmente il centrosinistra avrà bisogno del suo cartello elettorale. Renzi ed Emiliano faranno sentire la loro voce. Tra la politica e la matematica, però, la somma non fa sempre il totale… anche in questa fase di normnalizzazione.

Infine, il Consiglio comunale: con tutta probabilità, nove dei dieci candidati sindaci (Pino Lessa sperava di più per se stesso) otterrà un seggio. Dei 32 posti a disposizione, 23-25 saranno appannaggio dei due contendenti finali. I restanti dovrebbero andare porprio ai candidati sindaci sconfitti (Cito, Fornaro, Bitetti, Nevoli, Brandimarte e Sebastio, tutti oltre la soglia del 3%). Qualcuno potrebbe ambire addirittura a due seggi. Ma dipenderà dal gioco dei resti e dalla matematica. In questo caso conta. Si saprà in serata.

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