“Bellissime”, il viaggio di Flavia Piccinni tra le baby miss

“Bellissime”, il viaggio di Flavia Piccinni tra le baby miss

La “Bellissima” di Luchino Visconti era una bimba goffa e impacciata. Le “Bellissime” di Flavia Piccinni hanno labbra scarlatte e assumono pose da vamp. Nel suo ultimo lavoro letterario (Fandango Libri), la scrittrice e giornalista tarantina esplora e racconta il mondo patinato di sfilate per cinquenni conturbanti. Una corsa allucinata al “saranno famose” in cui non c’è più tempo di aspettare.


Bambine costrette per estenuanti ore sul set. Senza acqua. Senza genitori. Senza poter fare pause. Compensi irrisori. Make up in grado di trasformare in donne adulte piccole di cinque, sei, sette anni. Casting snervanti. Concorsi di bellezza fra minigonne e rossetti. Flavia Piccinni percorre un mondo inedito al grande pubblico. Reportage giornalistico, racconto contemporaneo, saggio sociologico, inquietante interrogativo sulle distorsioni di una società tanto liquida che rischia il naufragio.



Nessuna morale, ma uno sguardo attento e penetrante sulle baby miss e sulle piccole modelle che ammiccano da riviste patinate, sulle cui esili gambe poggia uno spicchio di made in Italy. La Piccini non si ferma in superficie, non ci mostra solo il glamour, ma soprattutto quello che si cela dietro brillantini e acconciature appariscenti. Tutto questo è “Bellissime”, viaggio che oscilla dalle mini modelle in passerella a Pitti Bimbo, l’appuntamento più importante al mondo per la moda bambino, alle sfilate nei centri commerciali del napoletano; dalle periferie toscane fino all’immancabile riviera romagnola.

Sogni, incubi, speranze e delusioni. Ritratto realistico e sconcertante di un universo il cui unico limite invalicabile è il metro e trenta di altezza delle “modelle”. Mamme ossessionate dalla bellezza, bimbe-lolita simpatiche e maliziose, innocenza perduta. Piccinni ci consegna uno spaccato di realtà, ma soprattutto un pezzo di futuro di quello che sarà l’Italia nei prossimi trenta, quaranta, cinquant’anni.

Flavia Piccinni è nata a Taranto nel 1986. Scrittrice e giornalista, ha pubblicato i romanzi Adesso tienimi (Fazi, 2007), Lo sbaglio (Rizzoli, 2011) e Quel fiume è la notte (Fandango, 2016) con il quale ha concorso al premio Strega. Ha scritto il saggio sulla ‘ndrangheta La malavita (Sperling&Kupfer, 2012). Ha vinto numerosi premi letterari (fra cui il Campiello Giovani e il Premio Metamorfosi Sulmona) e radiofonici (l’ultimo è il Marco Rossi). È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide. Collabora con diversi giornali. È autrice di documentari per Rai1 e Radio3.


La Ringhiera, su gentile concessione dell’autrice e dell’editore, propone ai suoi lettori un estratto di “Bellissime” (Fandango Libri).

“Avevo dimenticato di essere stata brutta fino a quando, una manciata di anni fa, ho assistito a un concorso di bellezza nella sala congressi di un hotel vicino Prato, in Toscana. Ero lì per accompagnare un’amica. La sua nipotina – una bella bimba bionda dai lunghi capelli e dall’intelligenza vivida, che aveva otto anni e da grande sognava di diventare avvocato divorzista – era stata iscritta dalla baby-sitter a una competizione/sfilata indetta da un negozio di abbigliamento locale, e dunque serviva la claque per sostenerla. Improvvisamente, mi ero trovata catapultata in un mondo che non avevo mai immaginato essere così presente, e così codificato. Un mondo fatto di piastre per capelli, piccoli tacchi, vestiti luminosi, rossetti.

Un mondo dove la bellezza si configurava come il primo, e il più importante, surrogato per la popolarità. Mi si era appena seduta accanto una storia, e non potevo ignorarla. Dei fari da stadio di calcio puntavano su una passerella improvvisata con una lunga sequenza di teli bianchi, forse lenzuoli forse tovaglie, sui quali si succedevano ondeggiando delle piccole di cinque, sei anni con i capelli acconciati in modo elaborato, lucidalabbra, mascara e kajal.

Al lato sinistro del palco era disposta la giuria: una sessantenne con i capelli corti e la montatura degli occhiali vistosa, un uomo di quarant’anni dalla grande cravatta celeste, due ventenni in giacca di pelle che dovevano godere di una certa fama locale, almeno per come erano stati accolti durante gli annunci della presentatrice. Tutto intorno c’era un informe ammasso di persone. Alcune mangiavano e sorseggiavano vino sedute al tavolo, altre stavano accalcate in piedi in fondo alla sala; tutte applaudivano, fischiavano, erano su di giri: le loro bambine di casa – figlie, sorelle, nipoti,cugine – erano al centro della
scena, avevano addosso gli occhi di una sterminata platea che le apprezzava per la loro bellezza.
“Quella è la mia, sai?”, si vantava una madre, puntando una bambina di quattro anni con le labbra rosso fuoco. “Quella invece la mia”, rispondeva un’altra, mentre mimava a una piccola di sette anni, lunghi capelli biondi e ombretto blu sulle palpebre, la posa da assumere: mano sul fianco, espressione smorfiosa.

Rimasi imbambolata. La gente era in visibilio neanche ci fosse stata la più nota star hollywoodiana sul palco. Le bambine sfilavano con decisione. Sguardo rivolto verso la fine della passerella. Mani spalancate. Un piedi avanti all’altro. Le più piccole, bimbe di due tre anni, non facevano eccezione. Gli occhi di tutte brillavano di speranza, e suggerivano orgoglio.
Guardai non senza sconcerto – uno sconcerto forse un po’ bacchettone, decisamente d’altri tempi – lo spettacolo di ballo in cui delle cinquenni assumevano atteggiamenti da Moulin Rouge; alzando le gambe con calze scure, mostravano con pose da vamp le labbra scarlatte e i loro piccoli petti. C’erano anche delle decenni: con camicia bianca sbottonata e parrucca nera;erano in scena sulle note di Chuck Berry nell’ennesima imitazione di provincia del ballo di Pulp Fiction con Uma Thurman e John Travolta.

Fino a quel momento, ero sempre stata convinta di aver vissuto con attenzione il tempo. Evidentemente, dovevo essermi persa qualcosa. Il mondo era passato dalle recite di Biancaneve e i sette nani alla sensualità di un twist cinematografico, zeppo – almeno secondo il remake che mi si presentava davanti, e che non pareva scandalizzare nessuno – di allusioni e malizie.

I giorni dopo non avevo fatto altro che interrogarmi rispetto a quello cui avevo assistito. Avevo anche provato a parlarne con la mia amica, che aveva liquidato la cosa senza troppi giri di parole: “La bimba non ha vinto, se fossi stata mia sorella avrei licenziato la baby-sitter. La bimba non ha bisogno di queste umiliazioni gratuite. Sono stata male per lei quando non ha preso neanche una fascia”. Per lei non c’era altro da dire. Tutto era racchiuso nel verdetto finale. Nel fallimento. Per me, invece, si era spalancato un mondo.

È stato proprio davanti a quella sfilata dalla dimensione così casalinga che ho cominciato a chiedermi quando l’aspetto fisico dei bambini avesse smesso di essere un premio domestico, di cui vantarsi con i parenti a Natale e con la propria ristretta cerchia di amici, per diventare uno strumento di affermazione e di promozione sociale. Quelle mamme che saltellavano quando la figlia avanzava sotto i riflettori, e sorrideva provocante all’obiettivo del fotografo inginocchiato alla fine della passerella arrangiata, erano una versione aggiornata delle madri in competizione per comprare il vestito più bello alla propria figlia per la Comunione o per il compleanno dei dieci anni che avevo conosciuto, da vittima inconsapevole, anche io.
Qualcosa – qualcosa di concettualmente profondo, che mi sfuggiva nel suo essere fenomeno e quotidianità – era cambiato. Ne afferravo l’importanza, le ripercussioni viscerali che avrebbe avuto nella mia vita e in quella delle persone a me intorno, ne comprendevo l’essere laboratorio di modelli in grado di ricadere a pioggia in tutte le pieghe della nostra società, eppure non riuscivo a distinguerne pienamente i confini. Era un’ombra: la vedevo intorno a me, eppure non riuscivo a identificarne l’essenza”. (Flavia Piccinni “Bellissime” – Fandango Libri)


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