Bracciante tarantina morì nei campi. Sei arresti per caporalato

Bracciante tarantina morì nei campi. Sei arresti per caporalato

Il 13 luglio del 2015 Paola Clemente, 49 anni, bracciante agricola di San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, morì mentre lavorava sotto il sole cocente nelle campagne di Andria. La sua giornata cominciava nel cuore della notte, alle 3.30 e  terminava 17 ore dopo. Gli sarebbe spettata una paga giornaliera di circa 86 euro, ne riceveva non più di 30. Paola è stata l’ennesima vittima di un fenomeno antico che si chiama caporalato. Un cancro che infesta le campagne meridionali e pugliesi in particolare, che assume di volta in volta contorni e connotati diversi per sottrarsi ai controlli degli enti pubblici e delle forze dell’ordine. A seguito della morte di Paola è stata varata una legge anti-caporalato e sette mesi  quella tragedia sei persone sono finite in manette.


Gli arresti sono stati eseguiti dalla Guardia di Finanza di Trani e dalla Polizia di Andria. Il provvedimento è stato disposto dal Gip di Trani Angela Schiralli su richiesta della Procura di Trani. Le indagini hanno permesso di accertare come un’apparente e lecita fornitura di braccianti agricoli a mezzo di agenzie di
lavoro interinali mascherasse, in realtà, una vera e propria forma di moderno caporalato. Non è stato facile superare diffidenza e reticenza causate soprattutto dal timore di restare senza lavoro.



Finanzieri e poliziotti dopo accuratissime indagini documentali e 80 perqusizioni domiciliari eseguite nella provincia di Taranto, sono riusciti a dimostrare che ai braccianti venivano pagate meno giornate di quelle effettivamente svolte, prive, tra l’altro, delle indennità previste dai contratti collettivi di lavoro (trasferte
e straordinari). Gli investigatori hanno scoperto un modus operandi che si discostava dallo streotipo del caporale violento e minaccioso. Gli indagati, infatti, utilizzavano la copertura di un’Agenzia di Lavoro
interinale per dare alle braccianti la sensazione di avere un lavoro “regolare”. I contributi, però, venivano versati in relazione ad un numero inferiore di giornate lavorative rispetto
a quelle effettivamente svolte. “O lavori con me mediante l’agenzia accettando di farti riconoscere meno giornate lavorative, oppure ti cerchi un impiego “in nero” con tutti i rischi, anche assicurativi e contributivi, che ne possono derivare”, questa la leva del ricatto utilizzato dai caporali.

Per questa forma evoluta di intermediazione di manodopera sono finiti in carcere tre dipendenti dell’Agenzia di lavoro interinale di Noicattaro, il titolare della ditta addetta al trasporto delle braccianti agricole ed una donna che aveva il compito di controllare le lavoratrici sui campi, tutti residenti nel barese e nel tarantino. Agli arresti domiciliari, invece, la moglie del titolare della ditta di trasporto che, risultando falsamente presente nei campi quale bracciante agricola, percepiva contributi pubblici per la “disoccupazione agricola” e la “indennità di maternità e congedi”.

Eseguito anche il sequestro preventivo per equivalente per oltre 55mila euro quale valore complessivo dei contributi spettanti ai braccianti agricoli. Agli indagati contestati i reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato e continuato, truffa aggravata e truffa ai danni dello Stato. Rischiano fino ad un massimo di 8 anni di reclusione. Le persone colpite da ordinanza di custodia cautelare in carcere si trovano nella casa circondariale di Trani in attesa degli interrogatori di garanzia.


 


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