Camere di commercio, la riforma che… non riforma un tubo!

Camere di commercio, la riforma che… non riforma un tubo!

Le riforme dell’ordinamento istituzionale e/o degli apparati statali, dovrebbero servire a migliorarne il funzionamento, a contenere i costi, ad adeguarli alle nuove tecnologie. Più o meno come il nuovo modello di un’auto di successo che sostituisce il vecchio perchè consuma meno, è più veloce, più ricca di optional, più tecnologica e costa meno.


Questa regola sacrosanta e anche abbastanza elementare, per lo Stato italiano sembra non valere. Gli esempi sono tanti. Senza addentrarci nel pastrocchio delle riforme costituzionali che saranno sottoposte a referendum, ci soffermiamo, invece, sul sedicente riordino delle Camere di commercio. Due giorni fa, in piena emergenza terremoto, il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo di decreto legislativo di attuazione della legge delega n.124/2015 nella parte riguardante proprio il riordino delle Camere di commercio, con grande soddisfazione del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.



Sull’inutilità, anzi, sui danni che la riforma potrebbe causare in un territorio critico e fragile come la provincia di Taranto e ai dipendenti (pubblici e privati) del Sistema camerale, sono intervenuti nei giorni scorsi i sindacati confederali. Ora sull’argomento ritorna l’associazione Ecosistema camerale (Esc) che in questi mesi ha svolto una costante e capillare iniziativa dal basso, tesa a proporre adeguati correttivi per rendere veramente efficace la riforma delle Camere di commercio. Ma, come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E il Governo, in questo senso, è sordo come una campana.

Ecosistema camerale, però, insiste. “L’attuazione della riforma ipotizzata – recita un documento dell’associazione – non porterà alcun vantaggio al sistema imprenditoriale e non sarà utile al miglioramento di questa parte di Pubblica amministrazione. Al contrario di quanto è stato affermato al termine della riunione, non vi sono stati nessun confronto, nessuna partecipazione, nessun ascolto delle proposte, al contrario veramente innovatrici, pervenute dalla base, neppure quando queste garantivano un 1 miliardo di euro all’anno di costi in meno a carico delle imprese. Se questi sono i presupposti, se per oltre due anni gli operatori del Sistema camerale sono rimasti inascoltati, nonostante le numerose proposte presentate, allora iniziative come Open Government Forum rischiano di rappresentare solo operazioni di immagine”.

Esc lo dice chiaramente: da un lato la “narrazione” del Governo patinata e con “slide ben confezionate”, dall’altro la realtà di “un quadro fatto di tagli di risorse e funzioni, con gravi rischi per i territori, così fragili e così bisognosi di Enti intermedi vicini e attenti, per le imprese, che probabilmente dovranno richiedere gli stessi servizi fino ad oggi assicurati dalle Camere a soggetti di natura privata, con finalità di lucro e assenza di terzietà (con un verosimile incremento dei costi e altrettanto probabile decremento di esperienza e professionalità) e, non da ultimo, per i lavoratori, destinati a mobilità, nel migliore dei casi, e a un improbabile riassorbimento per quelli in regime di diritto privato”.


Insomma, come spesso accade, non ce la stanno raccontando giusta sulla riforma delle Camere di commercio. “Dalle slide – prosegue il documento di Esc – non emergono quali saranno i benefici per le imprese, ad eccezione della riduzione del 50% del diritto annuale (è bene ricordare che nella maggioranza dei casi corrisponde a circa 50 euro annui), nulla riguardo alla semplificazione, alla sburocratizzazione, all’innovazione, temi dei quali il Governo discute da mesi e che dovrebbero essere assolutamente prioritari per una reale ripresa economica del Paese. Resta, peraltro, irrisolta la questione di un reale cambiamento nel sistema di governance (che non può essere, come sostenuto nelle slide del Mise, il rafforzamento del controllo ministeriale), per il quale, diversamente da quanto previsto dalla legge delega, non è in effetti prevista una forma di partecipazione diretta delle imprese al governo delle Camere di commercio e, men che meno, è rispettato, come dovrebbe essere in ogni Organismo democratico, il sacrosanto principio del “No taxation without representation”.

Ecosistema camerale, non si arrende. “Continueremo ad esercitare nel corso dei prossimi mesi la funzione di advocacy delle competenze operanti nelle Camere di commercio italiane e del ruolo degli Enti camerali a sostegno del Paese, anche affiancando e sostenendo iniziative sindacali a tutela del lavoro e del servizio pubblico. Non è finita, insomma, e noi non ci arrendiamo, affermando con forza il diritto a partecipare e ad una giusta riforma”.


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