Camere di commercio, la riforma dei furbetti

Camere di commercio, la riforma dei furbetti

Paradossi all’italiana. Anzi, furbate all’italiana. Il Governo, in piena estate, con metà Paese in vacanza e metà tramortito dal caldo, quatto, quatto sta per varare la riforma delle Camere di commercio. Ovviamente, piuttosto che intervenire sui pezzi della Pubblica amministrazione in cui si dilapidano patrimoni a spese dei contribuenti, si prende di mira un comparto che fa il suo lavoro, promuove il territorio, rende un servizio alle imprese, senza gravare sulle spalle dei cittadini.


E mica sarà una passeggiata. No. L’ideona del Governo mette a rischio sul territorio nazionale circa 10mila posti di lavoro (pubblici e privati) e svuota il sistema camerale di funzioni importanti che avranno ripercussioni negative sull’economia. Nella sola Camera di commercio di Taranto sono in pericolo una ventina di posti di lavoro. Un bel modo di far ripartire il Paese!



Un autentico colpo di spugna, ma non per tutti. Il nuovo modello organizzativo delle Camere di commercio, ipotizzato nella bozza di decreto, pur dimezzandone le competenze, tiene in vita un sistema di governance decisamente sovradimensionato: un consiglio composto da 16/22 persone; una giunta con 5/7 componenti; un presidente; un collegio dei revisori di 3 persone.

“Perché una Camera di Commercio che svolge solo funzioni amministrative e tecniche dovrebbe avere una governance così ampia? Che senso avrebbe? Cosa sarebbe chiamata a decidere tale governance, ormai priva di qualsiasi autonomia funzionale in assenza di azioni con ricadute a livello territoriale? Tutto questo per svolgere funzioni ridotte alla tenuta del Registro delle imprese, alla metrologia legale, alla alternanza scuola lavoro, alla tenuta del fascicolo d’impresa. Come può funzionare questa nuova Camera di Commercio senza autonomia e senza più correlazione con il territorio? La confusione sembra essere davvero tanta. Il tempo per ascoltare e affrontare una riforma giusta c’è ancora”.

A sollevare questi interrogativi ed a chiedere e proporre modifiche sostanziali al decreto è il consiglio direttivo di Ecosistema camerale, associazione nazionale di advocacy nata nel 2014, riunitosi d’urgenza a Pisa per discutere dell’ipotesi di decreto legislativo che, secondo indiscrezioni, sarebbe alla discussione del prossimo Consiglio dei Ministri.


“Sin dal 2014 – recita il documento del direttivo – il gruppo Ecosistema camerale (attraverso la piattaforma Facebook si confrontano e interagiscono oltre 2.500 uomini e donne che operano nel Sistema camerale) e l’associazione da questo derivata hanno denunciato il progressivo impoverimento del servizio pubblico e la desertificazione dei territori che potranno determinarsi da una riforma nata male e scritta peggio, ancorché preceduta da un drastico taglio di risorse. Perdita delle competenze di oltre 10.000 lavoratori, pubblici e privati, che hanno contribuito in modo determinante alla crescita del livello di innovazione dei servizi resi alle imprese, dovendo accettare tagli di risorse, ridimensionamenti, accorpamenti, insomma, ogni cambiamento presentato come necessario, mentre l’unica cosa necessaria da fare sarebbe una riforma per rendere più efficienti funzioni e servizi, modificare il sistema di governo delle Camere di commercio con l’ingresso, ossia l’elezione diretta, delle imprese (che vanno coinvolte – tutte – secondo il principio no taxation without representation), riducendo il livello di intermediazione nella nostra governance, composto oggi da rappresentanze del mondo imprenditoriale che non supera, a livello nazionale, il 30% delle imprese iscritte nel Registro delle imprese”.

Secondo Esc sono “questi i principi a partire dai quali abbiamo costruito la nostra proposta di riforma – assai più sfidante in termini di impatto e innovazione rispetto ai contenuti delle ipotesi finora intercettate – che è rimasta volutamente inascoltata, nonostante abbiamo garantito la sua diffusione in tutte le sedi funzionalmente deputate ad assumere decisioni in merito. Tutto questo in attesa dell’approvazione del primo testo di riforma da parte del Governo, che, inspiegabilmente, punta a smantellare un pezzo efficiente di PA con l’effetto di agevolare interessi privatistici sugli stessi ambiti in cui oggi opera, efficacemente, il sistema camerale. Perché al Governo non interessa una proposta come la nostra che riduce costi di costituzione a carico delle imprese di 1 miliardo di euro annui, mentre priva il sistema delle PMI di supporti per internazionalizzazione e per la mediazione? Perché non interessano “open data” con i dati pubblici del Registro delle imprese? I motivi sembrano più avere a che fare con gli interessi di pochi privati – che ben conoscono il sistema camerale e il valore economico, a mercato, dei suoi servizi – e molto meno con gli interessi pubblici delle imprese e dei territori. Siamo pronti a portare avanti ad oltranza e senza cedimenti un’azione forte – anche sul piano mediatico – sui rischi di involuzione insiti in questa riforma raffazzonata che si prova a far passare come assolutamente necessaria nel mezzo dell’estate. Pronti a riproporre per l’ennesima volta i nostri principi, supportando, come sempre, anche le iniziative delle organizzazioni dei lavoratori, coinvolgendo politica e territori con tutta la forza diffusiva di chi su quegli stessi territori opera da decenni. Non resteremo a guardare, pretendiamo una riforma vera e partecipata. I social network e il web sono il nostro principale – ma non unico – strumento”.


Annunci

Dove andare a Taranto

Tarentum, la nuova stagione
from to
Scheduled