E se chiedessimo ad ArcelorMittal di chiudere l’area a caldo di Taranto?

E se chiedessimo ad ArcelorMittal di chiudere l’area a caldo di Taranto?

Una possibile, e per molti aspetti auspicabile, via d’uscita dal caso ArcelorMittal, potrebbe essere la chiusura dell’area a caldo. A condizione, però, che la multinazionale franco-indiana resti in Italia anche se i recenti sviluppi palesano sempre più chiaramente le difficoltà del Governo e rafforzano la posizione di ArcelorMittal.


Su Afo2 i giudici avevano una sola strada possibile: disporre la chiusura dell’impianto stante i ritardi nella messa a norma accumulati prima da Ilva in amministrazione straordinaria (gestita da commissari statali), e poi dal gruppo franco indiano. Questi, però, sostengono di essere stati tratti in inganno dalle rassicurazioni fornite loro in ordine alla situazione di Afo2. Probabilmente questo è l’unico, vero punto di forza di ArcelorMittal che, per il resto, ha messo in campo una serie di azioni finalizzate a depotenziare lo stabilimento di Taranto per strategie forse riconducibili allo scacchiere internazionale dell’acciaio nel quale Mittal occupa una posizione di leadership, mentre l’Italia è solo un attore comprimario. Ma di questo si occuperanno i giudici di Milano tra qualche giorno.



Finora i franco indiani hanno avuto gioco facile e ne hanno approfittato per fare la voce grossa. Hanno minacciato di andarsene e ora hanno alzato i toni annunciando ulteriori 3500 unità da collocare in cassa integrazione a seguito dello spegnimento di Afo2. In termini di riduzione dell’occupazione l’azienda siderurgica è vicina a raggiungere quel taglio di 4700 unità spiattellato sul naso di sindacati e Governo. Se fosse un giallo, potremmo dire che Palazzo Chigi brancola nel buio o, nella migliore delle ipotesi, che non si esclude alcuna pista. In altre parole, non sa che pesci prendere. I vertici si susseguono inconcludenti e le armi a disposizione del sindacato fanno solo rumore come sgangherate pistole giocattolo. Il ministro Patuanelli immagina piani industriali da 8 milioni di tonnellate con un ciclo misto, caldo-elettrico. Ma non si capisce chi, quando e soprattutto con quali risorse tutto ciò sarà realizzato.

Dopo tutti questi anni, quindi, la vicenda ex Ilva piuttosto che dipanarsi è stata resa ancora più contorta dalle politiche e dai provvedimenti legislativi adottati dal 2012 ad oggi. Per non aumentare la confusione, una cosa dobbiamo dire con chiarezza: difficilmente lo stabilimento di Taranto tornerà a produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio. La situazione impiantistica non lo consente e, in ogni caso, bisognerebbe fare i conti con un mercato che ha già metabolizzato 4 milioni di tonnellate all’anno in meno sfornate da Taranto. Si parla, poi, di riconversione energetica degli impianti con l’utilizzo di gas ed a tal proposito poniamo alcune domande: quanto costerebbe la riconversione? Quanti anni richiederebbe? Quale sarebbe il punto di pareggio? Che produzione potrebbe sopportare una fabbrica con queste caratteristiche e quanta occupazione garantirebbe? Le incognite sono tante e non di poco conto e, in fondo al tunnel c’è sempre il mercato con il quale confrontarsi. Percorrere la strada della riconversione energetica del siderurgico potrebbe rivelarsi un cammino incerto e dispendioso: massicci investimenti con ricadute occupazionali e produttive non adeguate e con il rischio di dover ugualmente fronteggiare un massiccio esodo di lavoratori.

Torniamo quindi al postulato iniziale: la chiusura dell’area a caldo ad opera di Mittal. Si tratta, semplicemente, di ripetere lo schema applicato a Genova. Riva acconsentì alla chiusura degli altiforni, non senza una serie di benefit inseriti nell’accordo di programma, perchè sapeva di poter contare su un altro impianto, cioè Taranto, che avrebbe soddisfatto il fabbisogno di bramme per i laminatoi di Genova. ArcelorMittal è nelle condizioni di fare la stessa cosa, ammesso che qualcuno glielo chieda. Potrebbe approvvigionarsi da altri stabilimenti del Gruppo e trasportare i semilavorati a Taranto (e a Genova) per la produzione di coils e tubi. I costi aggiuntivi per l’azienda sarebbero limitati al trasporto che, tra l’altro, verrebbe effettuato utilizzando una flotta ed una logistica uniche al mondo.


Ovviamente una riorganizzazione di questo tipo dovrebbe prevedere un piano di bonifiche e di riconversione economica dell’area ionica. Ma su questo c’è già la volontà del Governo che ha annunciato il cosiddetto “Cantiere Taranto”. Indubbiamente l’operazione avrebbe un costo in termini di posti di lavoro, ma va detto che come numero di unità occupate l’intera area a caldo supera di poco i 4.700 esuberi già ipotizzati nell’ultimo piano industriale presentato da ArcelorMittal. L’obiettivo è quello di non perdere nemmeno un posto di lavoro, anzi di crearne di nuovi. Il personale in esubero potrebbe essere in parte ricollocato nel ciclo produttivo a freddo, in parte utilizzato nelle attività di risanamento e bonifica, in parte incentivato all’esodo e/o accompagnato alla pensione, come è stato già fatto in passato.

Spegnere definitivamente altiforni, cokerie, acciaierie, convertitori, risolverebbe la quasi totalità dei problemi ambientali legati alle emissioni in atmosfera e ridurrebbe di molto l’impatto delle attività industriali su suolo e acqua. Inoltre, ArcelorMittal non avrebbe bisogno di alcuno scudo penale… con grande sollievo della compagine di Governo alquanto divisa sull’argomento. Infine, una volta gestite e risolte le emergenze, nel medio e lungo periodo e compatibilmente con l’andamento del mercato dell’acciaio, si potrebbe ipotizzare la costruzione di un forno elettrico o comunque a basso impatto ambientale. Le aziende dell’indotto potrebbero in larga parte continuare ad operare nell’area siderurgica nella fase di smantellamento degli impianti e di bonifica dello stabilimento. Sappiamo che non è un percorso facile da costruire, ma riteniamo che sia meno bizzarro e fantasioso di quelli finora ipotizzati.


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