Sul Pezzo
Gli Enti di Taranto: Basta col muro di gomma, chiusura dell’area a caldo Ilva
“L’Ilva come Ustica, un muro di gomma sul quale da troppi anni sbattono le vite dei tarantini, evidentemente centinaia di migliaia di cittadini italiani di Serie B, che si possono sacrificare sull’altare di strani giochi finanziari e intese segrete, in barba al tanto decantato green deal nazionale ed europeo”.
Esordiscono così i sindaci dell’area ad elevato rischio ambientale (Taranto, Massafra, Crispiano, Statte e Montemesola), Provincia e Camera di commercio firmatari di un documento congiunto rivolto al Governo. Il territorio ionico chiede, per l’ennesima volta, di non restare escluso dalle decisioni che riguardano il suo futuro. Una antica e irrisolta questione che viene rilanciata partendo dal caso più complesso e spinoso: l’Ilva.
Gli Enti locali mettono in campo anche l’opzione della chiusura dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, di un accordo di programma come avvenuto a Genova e, più recentemente, a Trieste. Lo ha ribadito il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci rispondendo alle domande dei giornalisti (guarda il video). Intanto, però, il primo risultato da conseguire è quello di essere ammessi al tavolo nazionale che discute la vertenza Ilva. E’ questo, per ora, il denominatore comune dell’iniziativa.
“Tutte le Istituzioni rappresentative dell’area ionica e del sistema economico locale – si legge nel documento congiunto – sono stanche di combattere per cose che altrove sono la normalità, per affermare il proprio diritto a scegliere e coltivare un determinato modello di sviluppo, in un contesto di relazioni rispettose e condizioni corrette. È la negazione di ogni valore costituzionale e di ogni principio di funzionamento dello Stato.
Gli enti locali uniti oggi confermano la loro disapprovazione per questa condotta del Governo, al quale reiterano l’invito a formulare una urgente convocazione del tavolo per l’accordo di programma sul futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto. Una piattaforma che è certamente tutta da costruire, forse con un tempo di maturazione medio-lungo, ma che è ritenuto dalla comunità l’unico strumento utile a pacificare questa situazione, a superare finalmente questo periodo di grande crisi e a funzionare da cabina di regia per gli investimenti in tecnologia e per la transizione giusta, oltre che per dare una prospettiva ai lavoratori destinati all’esubero, al di là di ogni ipocrisia sul punto. Il tempo stringe e Taranto merita di essere finalmente trattata al pari di Trieste, Genova o altri luoghi che hanno attraversato analoghe vertenze”.
“La comunità ionica – continua il documento – oggi chiude definitivamente la porta ad ogni intesa al ribasso con ArcelorMittal, che non sarà mai più ritenuto un soggetto affidabile per l’auspicato cambio di paradigma. Troppe violenze contro la città, le parti sociali e l’ambiente, indietro non si torna. Chiediamo, inoltre, al Governo di non sperperare altre risorse pubbliche in un rapporto con una parte privata senza garanzie per l’interesse pubblico, che non coincide necessariamente con le aspirazioni del mercato dell’acciaio o di questo liberismo spinto, incurante delle centinaia di milioni di euro di crediti insoluti verso il sistema economico locale. Da oggi entriamo in una fase di robuste iniziative volte a tutelare gli interessi e il futuro di Taranto, anche in ambito europeo. Da oggi gli enti locali mantengono una convocazione permanente sul punto, invitano ad aderire a questa grande discussione tutte le organizzazioni sindacali e sollecitano una posizione definita sul tema ex Ilva anche ai candidati presidente della Regione Puglia, a tutti i parlamentari ionici ed europarlamentari meridionali”.
Non è mai troppo tardi, insegna la saggezza popolare. Però ci chiediamo quale sarebbe stata la storia di Taranto se queste parole gli enti locali (dell’epoca, ovviamente) le avessero pronunciate nel 2012 dopo che la Procura sequestrò l’area a caldo dell’Ilva con l’inchiesta “Ambiente svenduto”?