I mafiosi di Taranto al telefono: “La città è nostra!!!!” (ascolta le intercettazioni)

Si sentivano padroni. “Agli altri la monnezza, al noi le cose buone”. Le intercettazioni non mentono: mafia viene dall’arabo “arrogante”.


Aggiungendo protervia, violenza e avidità il quadro della classica associazione a delinquere di stampo mafioso si compone. E comunque lo si osservi, il fenomeno, da qualsiasi angolazione, la liturgia è sempre la stessa: senso di onnipotenza, conquista  e gestione del territorio, millanterie di ogni genere e titolo, abusi, ricatti, mani armate ed esigenza di appartenersi, affiliarsi, fare fronte comune anche partendo da posizioni distanti.



L’operazione antimafia condotta dalla Questura di Taranto, su mandato dei Procuratori Motta (Dda Lecce) e Capristo (Taranto) rende alla popolazione ionica il senso della società che estirpa la malapianta. Ed è una ventata di aria buona.

“La città è nostra, non né la loro. La città è degli onesti, non di questa gente”. Schimera,  questore di Taranto, comincia e chiude così l’incontro con i giornalisti, allestendo il contraltare a quanto emerge drammaticamente da alcune intercettazioni telefoniche. Si perché non siamo di fronte alla solita retata da nove colonne in cronaca nera. Qui l’idea di supremazia su 200mila abitanti supera addirittura gli strumenti stessi adottati per comandare. Un messaggio potente da destrutturare pezzo dopo pezzo. “Prevenire è fondamentale” insisterà non a caso Capristo.

Tra le facce dei trenta e passa arrestati, tra volti di donne che non si limitano a ruoli di comprimario o supporto, tra cognomi noti e meno noti della letteratura mafiosa ionica, emerge l’idea di una città che dall’interno sgomita per allargarsi e conquistare ampi raggi di azione. Estorsioni e minacce sono la prassi ma l’obiettivo stavolta  è ambizioso: “La città è nostra!” si dicono al telefono.


In più, come rileva Cataldo Motta, i tarantini si distinguono per la loro capacità di farsi scarcerare in breve tempo. “Riescono a dimagrire, a raggiungere condizioni di salute così precarie da riuscire a lasciare la cella…” dice il procuratore Antimafia che non nasconde il carattere “rozzo e operativo della mala tarantina. Gente  capace di subire retate e poi ricominciare come nulla fosse, una volta liberati dal carcere”.

Ma la guerra a chi intende ricominciare, o forse sarebbe il caso di dire a che non ha mai finito,  stamattina è stata dichiarata.

“Non siamo una Procura monotematica. Non ci occupiamo solo di Ilva. I mafiosi lo capiscano, se ne accorgeranno!” dice il procuratore di Taranto.

 

L’OPERAZIONE DI OGGI

 

Si chiama  “CITTÀ NOSTRA” e ha colpito 33 PERSONE AFFILIATE A SODALIZI CRIMINALI tarantini

 

Sono stati impiegati agenti delle Questure di Taranto, Questure di Bari, Brindisi Lecce, Foggia, Potenza, Campobasso, della Sezione della Polizia Stradale di Taranto e del Reparto Prevenzione Crimine e Reparto Volo di Bari.  Hanno eseguito provvedimento di fermo emessi dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia – presso il Tribunale di Lecce. Come detto, 33 persone sono ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso, rapina aggravata, detenzione illecita di armi clandestine, danneggiamento aggravato dal metodo mafioso e altro.

Fatti molto recenti. Le indagini, avviate dai poliziotti della  Squadra Mobile nell’aprile 2015 hanno preso il via dopo la scarcerazione Cosimo DI PIERRO al quale veniva concessa, per motivi di salute, la misura della detenzione domiciliare con facoltà di allontanarsi solo ed esclusivamente  per esigenze di vita primarie.

 

Le intercettazioni ambientali e telefoniche lo hanno però inchiodato. E hanno consentito di ricostruire il quadro.

Di Pierro, sin dalla sua scarcerazione, aveva dichiarato  di volersi  “impossessare della città”. Per raggiungere il suo scopo, ha ricostruito un gruppo organizzato che poteva contare su una continua disponibilità di armi ed esplosivi, mostrando capacità di imporre periodiche dazioni di denaro a commercianti e spacciatori dei quartieri “Borgo” e “Solito”.

Un esempio arriva da un dialogo intercorso, già il primo giorno della sua scarcerazione, in cui DI PIERRO dichiara: “la città è la nostra…”

Un sodalizio criminale, dunque, profondamente radicato in città, organizzato in modo verticistico, incentrato sulla figura di DI PIERRO, certo,  che però poteva contare su numerosi giovani “fedelissimi”: il suo braccio armato.

Nelle intercettazioni, come hanno spiegato stamane gli inquirenti, sono continui i riferimenti  di DI PIERRO alla necessità di mantenere il controllo criminale del territorio attraverso periodiciatti di forza”.

Due gli obiettivi: rinverdire il carisma criminale e procurare, attraverso estorsioni, le risorse economiche necessarie all’organizzazione. Un sodalizio che aveva le sue cerimonie di iniziazione e affiliazione, prendendo spunto dalla cultura ‘ndraghetista.

Le fasi del rituale; Una prima fase in cui veniva recitato, come una litania, il testo propiziatorio contenente i canonici riferimenti a MazziniGaribaldi e Lamarmora. Poi, la “punciuta”, cioè il rito della puntura dell’indice della mano, con il sangue che viene adoperato per imbrattare un’immaginetta sacra a cui viene dato fuoco.

L’attività. Di Pierro aveva a disposizione veri e propri i gestori delle “piazze” di spaccio, sia perché riteneva gli stessi tenuti a corrispondergli una tangente sui guadagni sia, soprattutto, perché la considerava una attività meno pericolosa rispetto ad una estorsione ai danni di commercianti ed imprenditori.

Il sodalizio criminale, inoltre, interagiva con altre consorterie criminali locali. In particolare, risultano continue le interazioni con altri due gruppi delinquenziali strutturati in maniera verticistica: il primo facente capo a  Gaetano DIODATO  e a Angelo DI PIERRO (figlio di Cosimo)  prevalentemente dedito al commercio di stupefacenti. Il secondo a Nicola  Pascali,  detto Nico, orientato maggiormente  verso le  attività estorsive e l’acquisizione illecita di attività imprenditoriali.

 

I rapporti tra questi sodalizi, inizialmente conflittuali, si erano poi stabilizzati su binari di reciproca tolleranza se non di collaborazione in affari criminali.

In particolare, tra il gruppo del DI PIERRO e il gruppo del DIODATO, sono intercorsi, per diversi mesi, rapporti caratterizzati da una intensa e prolungata inimicizia, determinata anche da ragioni di carattere personale, che è sfociata anche in eclatanti atti di reciproca ostilità.

La ricostruzione della Questura. “L’esistenza del gruppo riconducibile a Gaetano DIODATO e Angelo DI PIERRO è comprovata dall’intero coacervo delle intercettazioni effettuate, dalle quali emerge il ruolo di DIODATO “capo” di un gruppo di individui organizzati in maniera gerarchica e dedito prevalentemente allo spaccio sistematico di sostanze stupefacenti con una gestione diretta e capillare di numerose “piazze” e con l’impiego di mezzi anche violenti per imporre la propria supremazia nell’ambito del relativo mercato. Dall’attività tecnica, inoltre, è emerso come i due,  in costanza di detenzione, ricevessero periodiche dazioni di denaro dai gestori delle “piazze di spaccio” nella zona di competenza e, a loro volta, provvedessero al mantenimento in carcere dei loro affiliati. Così come emerge che nel corso della faida con il DI PIERRO Cosimo essi si avvalessero dei loro giovani affiliati per veri e propri servizi di “vigilanza” sotto la loro abitazione del DIODATO, servizi finalizzati a prevenire e contrastare eventuali attentati dagli antagonisti. Anche l’associazione di tipo mafioso facente capo a Nico PASCALI , della cui esistenza e del cui “organigramma” si ha piena contezza attraverso la intercettazioni nell’abitazione di DI PIERRO. Sin dal principio delle indagini, e poi nel corso delle attività di intercettazione effettuate dalla Squadra Mobile a partire dall’aprile 2015, sono infatti emersi frequenti riferimenti a Nico PASCALI scarcerato nel marzo 2015 (sottoposto alla misura della sorveglianza speciale di P.S. con obbligo di soggiorno). Le attività di osservazione e di intercettazioni, oltre a documentare alcuni incontri tra PASCALI e DI PIERRO Cosimo, ha fornito consistenti indizi circa l’attività di riorganizzazione, intorno a PASCALI, di un gruppo agguerrito di giovani già alle dipendenze del “reggente” PASCALI Giuseppe, poi arrestato nel novembre 2014.

 

Nel corso dell’operazione, sono stati rinvenuti e sottoposti a sequestro: 352 grammi di sostanza stupefacente tipo hashish, armi e munizioni.

 

 

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