Ilva, Cgil e Fiom: troppi rischi per i cittadini di Taranto. Legambiente apre alla riconversione a gas

Ilva, Cgil e Fiom: troppi rischi per i cittadini di Taranto. Legambiente apre alla riconversione a gas

Coro di critiche al decimo decreto Ilva in fase di conversione in legge in Parlamento. Parti sociali, sindacati, organi di controllo, l’ultimo provvedimento del Governo sembra aver scontentato davvero tutti su più fronti: tutela della salute e dell’ambiente, garanzie occupazionali, bonifiche. Di seguito i documenti di Legambiente Taranto ed uno congiunto di Cgil e Fiom.


Legambiente ha trasmesso le sue osservazioni critiche sul decimo decreto Ilva ai presidenti della Commissione Ambiente e della Commissione Attività produttive della Camera dei deputati, che ne hanno iniziato congiuntamente l’esame. “Sono diversi – scrive l’associazione ambientalista – i punti critici del decimo decreto Ilva che vanno profondamente modificati se si vuole effettivamente contemperare, per i cittadini di Taranto e per i lavoratori dello stabilimento siderurgico, il diritto alla salute e all’ambiente con il diritto al lavoro e le esigenze produttive”.



Il decreto specifica le procedure con cui chi presenterà una offerta vincolante potrà richiedere modifiche o integrazioni al Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria vigente e un differimento fino a 18 mesi del termine ultimo di attuazione delle prescrizioni previste. Per Legambiente questo comporterà un’ulteriore slittamento delle scadenza per le misure ambientali. “Il primo effetto di tale disposizione è quella di fornire una giustificazione all’ulteriore slittamento dell’attuazione delle più importanti misure previste dall’AIA, con ulteriori ritardi e blocco degli interventi. Chiediamo che nel decreto venga esplicitamente indicato l’obbligo per la struttura commissariale a portare avanti gli interventi compatibili con le modifiche e integrazioni proposte al Piano Ambientale e l’utilizzo dei previsti finanziamenti statali per complessivi 800 milioni di euro”.

Il pericolo paventato dagli ambientalisti è quello di assistere “all’ennesima proroga di un termine già più volte slittato, a fronte peraltro della mancata attuazione di molte delle più rilevanti prescrizioni contenute nel Piano Ambientale: dalla copertura dei parchi minerali al rifacimento delle cokerie. Con il rischio di dare una patente di legalità al funzionamento di impianti che, da tempo, avrebbero dovuto essere oggetto degli importanti interventi previsti dalla Autorizzazione Integrata Ambientale. E’ importante, invece, che le eventuali proroghe concesse siano accompagnate da un calendario vincolante che preveda, in caso di ulteriori ritardi, la chiusura degli impianti interessati e la loro rimessa in funzione solo una volta effettuati gli interventi A.I.A”.

Legambiente sottolinea che occorre consentire solo le modifiche al Piano Ambientale che rispondono a un Piano industriale che preveda una profonda innovazione nel processo produttivo, investendo in tecnologie meno impattanti, in totale e progressiva sostituzione di quelle attuali basate sul ciclo del carbone. Un’affermazione, quest’ultima che può essere interpretata come un’apertura alla riconversione a gas del ciclo produttivo dell’acciaio, auspicata e proposta dal governatore della Puglia, Michele Emiliano.


“Un’ulteriore osservazione riguarda la necessità di potenziare le strumentazioni e gli organici a disposizione di ARPA Puglia e specificatamente del dipartimento di Taranto, che ha un ruolo essenziale per la prevenzione dei reati ambientali e per il monitoraggio di tutte le autorizzazioni ambientali relative agli stabilimenti industriali presenti nel territorio jonico. Disposizioni annunciate l’anno scorso in sede di conversione del decreto, ma che non hanno ancora visto la luce. Ora, anche alla luce dell’approvazione della legge sul Sistema nazionale delle agenzie ambientali avvenuta di recente, sarebbe davvero incredibile se ancora una volta il Parlamento decidesse di mantenere in stato di palese inadeguatezza proprio la struttura deputata ai controlli ambientali del territorio dove hanno sede i principali impianti dell’Ilva”.

Infine, un altro punto che Legambiente ritiene fondamentale modificare è quello che estende all’affittuario o all’acquirente le norme riguardanti i limiti alla responsabilità penale o amministrativa prevista per il Commissario straordinario. “E’ un elemento che, nella sua formulazione, non può non destare gravi perplessità potendosi arrivare a ipotizzare una sorta di inaccettabile irresponsabilità per tutti gli atti compiuti. Noi riteniamo che i limiti alla responsabilità vadano perciò meglio specificati per evitare possibili interpretazioni che configurino una sorta di licenza a inquinare incompatibile con il diritto alla salute da parte dei cittadini e dei lavoratori”.

“Cgil e Fiom di Taranto in vista della prossima scadenza relativa alle offerte per la cessione dell’Ilva richiamano alcuni concetti chiave che saranno anche alla base delle audizioni governative previste per la prossima settimana. A farsi interpreti del punto di vista sindacale sono il Segretario Generale della Cgil di Taranto, Giuseppe Massafra e quello della Fiom, Giuseppe Romano.
Apprezziamo la disponibilità espressa dal Ministero di avviare un costante confronto con le organizzazioni sindacali – dicono – ma consideriamo la stessa tardiva rispetto ad un quadro ambientale e di salvaguardia occupazionale che dopo l’ultimo decreto non prevede schiarite, anzi acuisce le nostre preoccupazioni.
Al centro dell’attenzione per il sindacato confederale e la categoria dei metalmeccanici finisce dunque l’ulteriore slittamento dei tempi previsto dal Decreto n.98 e la proroga sia per l’esame delle offerte di acquisto che per l’attuazione dell’AIA”.

Ambiente e Lavoro restano ancora secondo la Cgil una dicotomia fin troppo presente nel decreto in questione. “Ci preoccupano molto – dicono Massafra e Romano – i termini della procedura che il Governo ha messo in atto per l’iter di cessione dell’Ilva, con le buste chiuse e separate che riguarderanno il Piano Ambientale, quello industriale e l’offerta economica. Un percorso che ci consentirebbe di sapere entro breve termine la proposta dei gruppi interessati sul piano della salvaguardia dell’ambiente ma che non ci consentirebbe di valutare questo intervento sul piano reale di applicazione riferito a quegli impianti e quella forza lavoro. Ci troveremmo pertanto dopo i 120 giorni di disamina prevista da parte degli esperti nominati dal Ministero, di fronte a un “prendere o lasciare”, una vera e propria roulette russa puntata alle tempie dei lavoratori ancora una volta esclusi dai processi decisori che li riguardano da vicino”.

E’ dunque lo sguardo miope a preoccupare il sindacato. “La vicenda Taranto e Ilva in particolare continua ad essere affrontata senza un vero e proprio sguardo d’assieme concedendo alle imprese interessate sconti fin troppo onerosi per la comunità tarantina, chiamare a pagare pegno sia in termini di occupazione, sia in termini di salute – scrivono Massafra e Romano che richiamano poi il rapporto ARPA sulla Valutazione del Danno Sanitario pubblicato nel maggio 2013. Questi slittamenti e allungamenti dei tempi – dicono – sono inaccettabili dal punto di vista produttivo, economico, ma anche etico e politico, perché è opportuno ricordare che proprio nelle analisi ARPA sulla Valutazione del Danno Sanitario si chiariva che anche qualora l’AIA fosse totalmente applicata per la popolazione dell’area di Taranto permarrebbe un rischio sanitario significativo e una esposizione a rischio cancerogeno non accettabile. Come si fa dunque – sottolineano i due esponenti della CGIL – a dilatare un processo che invece richiede l’urgenza dettata da una catastrofe umanitaria e occupazionale?”

Poi Cgil e Fiom fanno riferimento agli strumenti in campo. “L’Aia è imprescindibile, anzi va potenziata, corredata di ulteriori strumenti mentre assistiamo in questi giorni alla demolizione mediatica di realtà come il Centro Salute e Ambiente o al parto di misure incomprensibili dal punto di vista del Piano di Riordino Ospedaliero, come se non fossimo la realtà appena descritta e non avessimo invece estremo bisogno di strumenti di prevenzione, diagnosi e cura – dicono – per questo riproporremo nuovamente il tema, chiedendo investimenti, rafforzamenti e soprattutto un vero intervento di dignità per strutture come lo stesso Centro Salute e Ambiente o il Registro Tumori che continuano ad operare sul fronte delle emergenze con personale precario e sottopagato. Così – continuano – come chiederemo al Parlamento nell’ambito dell’iter per l’approvazione del decreto che questa emergenza occupazionale venga finalmente presa in carico dal Governo che deve riconoscere ammortizzatori sociali adeguati per il sistema degli appalti già in profonda sofferenza e clausole sociali utili per traguardare un futuro”.


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