Ilva, sale la tensione a Taranto. Sciopero e presidio della direzione

Sale la tensione all’Ilva di Taranto. Tra lavoratori e sindacati c’è preoccupazione per la riduzione di 5/6000 posti di lavoro prevista nei piani industriali dei due contendenti: Am investCo (Arcelor Mittal, Marcegaglia, Intesa San Paolo) e Acciaitalia (Jindal, Arvedi, Cassa depositi e prestiti, Del Vecchio). Il confronto con il Ministero dello sviluppo economico è iniziato ieri e proseguirà giovedì 1 giugno. Questa mattina si è riunito il consiglio di fabbrica dell’Ilva che ha proclamato una prima giornata di sciopero.


Le segreterie nazionali e territoriali di Fim Fiom Uilm e Usb, le Rsu dell’Ilva di Taranto “respingono con forza i numeri degli esuberi presentati da entrambe le cordate nei loro piani che risultano così non negoziabili; si dichiarano indisponibili a negoziare sui piani industriali presentati. I piani vanno riscritti garantendo salute,ambiente occupazione e salari”. Il consiglio di fabbrica, inoltre, “ribadisce la necessità di costruire una piattaforma rivendicativa che preveda il coinvolgimento della città. Ambiente, salute e lavoro sono imprescindibili per il rilancio di ilva e della provincia ionica già
fortemente in crisi”.



L’assemblea dei lavoratori ha, pertanto, deciso di proclamare una prima giornata di protesta contro la paventata riduzione del personale. Lo sciopero si svolgerà domattina nelle ultime quattro ore del primo turno, in concomitanza con l’incontro con il ministro Calenda. Fim Fiom Uilm, Usb “invitano tutti lavoratori all’unità per poter affrontare insieme questa difficile vertenza chiedendo la massima partecipazione alla prima iniziativa di sciopero”. E’ previsto anche il presidio sotto la portineria direzione dell’Ilva fino al termine della riunione al Mise dopo il quale potrebbero essere proclamate ulteriori iniziative di lotta.

Secondo Antonio Talò, segretario generale della Uilm ionica “ciò che ci preoccupa maggiormente, è quanto contenuto nell’offerta ArcelorMittal-Marcegaglia sul futuro occupazionale. Oggi ci sono 14200 unità. Dal 1° gennaio 2018, l’offerta prevederebbe 9407 unità lavorative, per poi arrivare nel 2022 con produzione ad 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e 8480 unità. Abbiamo subito malattie, danni sanitari e ambientali a causa dell’inquinamento, adesso ci risarciscono con i licenziamenti. Quel numero di esuberi lo inviamo nuovamente al mittente. Eventuali discussioni sugli aspetti occupazionali si devono intelaiare nel campo degli ammortizzatori sociali. Valutiamo, infine, positivamente, un unico punto: la dichiarazione del ministro che ha garantito che la vendita definitiva avverrà solo dopo l’accordo tra le parti. Intanto diciamo no agli esuberi”.

 


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