Ilva Taranto, un accordo che… spacca!

Fa discutere la bozza di accordo di programma che Comune di Taranto e Regione Puglia hanno proposto al Governo sugli interventi di natura ambientale e sanitaria che riguardano l’Ilva, ad integrazione del dpcm del 29 settembre 2017. Un accordo che… spacca si potrebbe dire con un gioco di parole, visto i pareri molto diversi tra loro formulati da associazioni e partiti di ispirazione ecologista come i Verdi e Legambiente. Ecco le posizioni espresse.


VERDI – (Documento firmato da Gregorio Mariggiò e Elvira Sebastio co-portavoci dei Verdi per la provincia di Taranto). Apprendiamo che il Comune di Taranto e la Regione Puglia hanno presentato la proposta di un Accordo di programma, ma dobbiamo rilevare che la stessa non centra il punto. La tutela della salute e dell’ambiente ancora una volta non è al primo posto come sarebbe necessario nella situazione drammatica descritta dai tanti studi scientifici presentati negli ultimi anni, poichè condizionata dalla scelta di far continuare la produzione. Si continua a produrre senza autorizzazione e senza certificati di prevenzione incendi, cosa che non è permessa alle altre attività economiche. Si crea così un ingiusto vantaggio economico oltre che un danno all’ambiente e alla salute.



In particolare rileviamo che non viene messa in discussione l’immunità penale contestata duramente dal nostro coordinatore nazionale, Angelo Bonelli e dal consigliere comunale Vincenzo Fornaro, procedimento che elimina ogni deterrente per i reati, compresi quelli legati alla sicurezza dei luoghi di lavoro a tutela degli operai. Nell’accordo vige la stessa logica per cui l’acquirente si impegna a presentare proposte, ma intanto gli impianti sono autorizzati a produrre. Invece di eliminare il rischio di ulteriori slopping, si concedono altri sei mesi per un nuovo cronoprogramma di interventi, al contrario di quanto accadeva a Genova.

Non è ancora prevista la raccolta delle acque di prima pioggia che contribuisce alla contaminazione delle falde e del mare, a tutto danno della città e delle attività economiche legate al mare. Al contrario consideriamo utile l’introduzione di fideiussioni a carico di Am Invest CO per un importo pari agli interventi previsti dal DPCM a vantaggio della gestione commissariale.
Appare anomalo l’art. 7 della proposta di Accordo secondo la quale sia il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) ad approvare la progettazione degli interventi sulle politiche sociali dei cinque Comuni dell’area di crisi ambientale, mentre secondo l’art. 117 della Costituzione, la governance del sistema di welfare spetta alle regioni.

Ci chiediamo quali competenze abbia il MISE per valutare la progettazione sociale dei cinque Comuni e se ciò non rappresenti un’ulteriore commissariamento del nostro territorio. E’ necessario che questi fondi rientrino nella programmazione dei piani di zona che a breve sarà rivista nel rispetto del Quarto Piano Regionale delle politiche sociali, in una logica di integrazione degli interventi e di rispetto dei valori e delle priorità del sistema regionale.
In conclusione ribadiamo che la nostra posizione resta quella di chiudere gli impianti inquinanti e riconvertire l’economia del territorio nell’ottica di una sostenibilità economica, sociale e ambientale, così come chiesto da questa Federazione già dal 2007.


LEGAMBIENTE CIRCOLO DI TARANTO – Esprimiamo un giudizio fortemente positivo in merito ai contenuti dell’Accordo di Programma su Ilva proposto dal Comune di Taranto e dalla Regione Puglia. Molte delle richieste formulate da Legambiente nelle Osservazioni al Piano Ambientale proposto da Mittal sono di fatto comprese nelle proposte inserite nella bozza di Accordo. Se qualcuno aveva pensato che le due istituzioni si sarebbero limitate a indicare formule fumose o obiettivi irrealizzabili avrà dovuto ricredersi: le proposte formulate non sono bandierine agitate per non fare un accordo, ma tasselli concreti di una possibile ricomposizione del conflitto tra lavoro e salute che da troppo tempo attanaglia Taranto in una morsa.

Vengono infatti affrontati i principali nodi che il DPCM del settembre 2017 ha lasciato irrisolti, anticipando la realizzazione di alcune prescrizioni rispetto alle tempistiche fissate dal decreto e costruendo un sistema di cronoprogrammi che fornisca la possibilità di un monitoraggio continuo dello stato di attuazione degli interventi previsti e consenta, quindi, di verificare immediatamente gli eventuali inadempimenti e, mano a mano che le prescrizioni venissero rispettate, ripristinare un clima di fiducia in luogo di quello di sospetto e di rifiuto generato da anni di promesse non mantenute e di termini non rispettati.

Al di là di singole misure, pure rilevanti, soprattutto viene affrontato il nodo delle garanzie sulla salute collegandole alla necessità di procedere alla Valutazione Integrata di Impatto Ambientale, alla Valutazione di Impatto Sanitario ed alla Valutazione del Danno Sanitario, sia in termini generali che con particolare riferimento a specifici impianti, ponendole in relazione sia al rifacimento e riavvio di AFO 5, che alla messa in esercizio delle BATTERIE in funzione o in fermata per rifacimeno/adeguamento, che alla seconda linea dell’impianto di sinterizzazione qualora AM-InvestCo non intenda procedere alla sua fermata.

Non è secondario che Regione e Comune inseriscano in questo quadro di riferimento l’impegno richiesto ad AM-InvestCo circa l’utilizzo di tecnologie non a carbone nel processo produttivo quando tali tecnologie si dimostrassero economicamente sostenibili e ambientalmente vantaggiose rispetto a quelle in uso collegandolo al riavvio di AFO 5 attraverso la previsione della formulazione -nell’ambito delle alternative progettuali- di “un progetto esecutivo che preveda l’utilizzo della tecnologia DRI e quindi l’uso del gas in sostituzione della linea produttiva afferente AFO5”. È evidente infatti che se, come appare facilmente prevedibile, la Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario confermasse che una produzione superiore ai sei milioni di tonnellate annue di acciaio riveniente dal funzionamento a pieno regime dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto comporterebbe rischi per la salute per una fascia consistente della popolazione tarantina, gli scenari concretamente ipotizzabili sarebbero o il ridimensionamento dello stabilimento siderurgico o il raggiungimento di soglie produttive più elevate attraverso l’uso di tecnologie carbon free o l’importazione di semilavorati da altri siti produttivi Mittal.

Ritorna la necessità di una scelta -che Legambiente propone da anni- tra uno stabilimento più piccolo, che ovviamente comporta la necessità di riallocare altrove un numero di lavoratori consistente, e l’adozione di processi produttivi che riducendo l’uso del carbone e adottando tecnologie meno inquinanti consentano il mantenimento di quantità produttive più elevate nel rispetto del diritto alla salute ed all’ambiente dei cittadini di Taranto e dei lavoratori dell’Ilva. I veri interlocutori, quelli che devono assumere una decisione, sono ora i Mittal. Sta a loro decidere se vogliono provare a intraprendere una relazione non conflittuale con il territorio jonico o se considerino fattibile l’esercizio di una attività complessa in presenza di un conflitto permanente con la popolazione e le sue rappresentanze istituzionali. E’ questo il nodo di fondo che va al di là del mero atto amministrativo costituito dal ricorso al TAR di Comune e Regione e ne travalica gli stessi possibili esiti.

I prossimi giorni ci diranno, al di là delle schermaglie e delle mediazioni che inevitabilmente accompagnano ogni trattativa, se la multinazionale dell’acciaio vuole davvero – e in che termini – affrontare la sfida che Taranto rappresenta definendo in dettaglio il suo piano industriale e le sue possibili variabili. Ci auguriamo che il Governo lavori per rendere possibile un accordo, anche confermando ed estendendo le garanzie occupazionali per gli eventuali esclusi dal processo produttivo. Noi riteniamo che il documento prodotto da Comune e Regione offra le basi per una conclusione positiva, capace di coniugare davvero diritto alla salute, all’ambiente e al lavoro.


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