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La mafia secondo Buscetta, il traditore secondo la mafia

Pubblicato | da Redazione

Un “traditore conservatore”, che difendeva la famiglia e i valori che credeva sacri nella vecchia Cosa Nostra.

Così Marco Bellocchio definisce il Tommaso Buscetta del suo nuovo Il traditore, unico titolo italiano in concorso al Festival di Cannes e ora nelle sale italiane (a Taranto in esclusiva al Cinema Ariston). Accolto in modo trionfale sulla Croisette, con ben tredici minuti di applausi alla proiezione ufficiale, il film illustra la storia del primo pentito di mafia e protagonista del maxi processo, l’uomo che permise al giudice Falcone di comprendere la struttura a piramide dell’organizzazione criminale.

La vicenda è narrata in modo lineare, parte dai primi anni Ottanta, con il tentativo di accordo tra la mafia palermitana e gli agguerriti concorrenti corleonesi di Totò Riina, e arriva alla morte dello stesso Buscetta nel 2000. In mezzo scorrono tanti eventi più o meno noti, dalla fuga in Brasile all’arresto con estradizione, dalle lunghe confessioni a Falcone ai confronti con quelli che non tradivano, con le fazioni avverse, fino all’autogol del processo a Giulio Andreotti. Nel confrontarsi con gli eventi del nostro passato, ancora una volta Bellocchio non perde di vista un certo lirismo epico nella caratterizzazione dei personaggi, che tiene conto pure dell’immaginario sorto nei decenni attorno a queste figure (la festa iniziale sembra quasi una risposta al matrimonio su cui si apriva Il Padrino più di quarant’anni fa).

È un cinema autenticamente teorico quello che Bellocchio propone, soprattutto quando inserisce il “suo” Buscetta in un gioco di verità nascoste o modificate alla bisogna nel momento più peculiare della lotta all’organizzazione criminale: è Falcone a iniziare a scoperchiare la pentola, quando sbugiarda l’idea, su cui Buscetta si crogiola, del “buon mafioso di una volta” contrapposto al nuovo e sanguinario corleonese. Ma le fasi migliori sono quelle del processo, che si trasforma in uno spettacolo di caratteri opposti che si contraddicono a vicenda, sempre senza guardarsi negli occhi, perché il “palcoscenico” deve essere rivolto verso la Corte. Alla sicurezza del “traditore” Buscetta, che rifiuta l’appellativo di “pentito” (“è la mafia a essere cambiata, non io”), si contrappone così l’immagine di una realtà al rovescio, dove la lotta per il potere si mescola alle vicende personali, gli affetti diventano pretesti e strumenti di protezione e gli alleati di un tempo si rivelano i peggiori nemici del presente.

In un autentico gioco di maschere che produce una vertigine narrativa giostrata in un perfetto contrappunto dei tempi narrativi, grande spazio viene quindi lasciato alle prove degli attori, guidate da un Pierfrancesco Favino che conferma una volta di più la sua naturalezza nel giostrare accenti, regionalismi e caratterizzazioni. Il suo Buscetta è un uomo deciso, ma perennemente in allerta, misurato nei gesti, ma consapevole del suo carisma e dell’immagine “mitica” che i rivali vogliono abbattere. La posta in gioco, allora come adesso, non è perciò l’autenticità del vero, quanto la capacità di creare una narrazione e determinare il ruolo che favorisca una differente gestione del potere. Tutto il mondo ci apparire così come un’enorme struttura a piramide, in cui Buscetta ha giocato le sue carte con abilità, con la consapevolezza di voler restare protagonista anche quando si diceva non interessato al comando, ma solo al privilegio di poter morire nel suo letto. Vincendo quasi tutte le partite, nel momento in cui tutte le fazioni coinvolte tentavano di rivoltare il sistema e il Paese dall’interno.
Davide Di Giorgio