L’inganno, tre divi per Sofia Coppola

L’inganno, tre divi per Sofia Coppola

 

 La matrice è indiscutibilmente “southern gothic”, un misto di rilassatezza psicologica, tensione emotiva e esplosioni di violenza fisica che produce una miscela profondamente inquietante: è la traccia su cui si compone il nuovo film di Sofia Coppola, “L’inganno” (in programmazione al Cinema Bellarmino di Taranto), ancora un rondò di femminilità chiusa in se stessa a elaborare un mondo distaccato dalla realtà.


In scena ci sono tre divi, Colin Farrel, Nicole Kidman e Kirsten Dunst, chiamati a interpretare i ruoli che in un vecchio film di Don Siegel (anno 1971) intitolato “La notte brava del soldato Jonathan” erano appartenuti rispettivamente a Clint Easwood, Geraldine Page e Elizabeth Hartman. Alla base resta sempre il romanzo di Thomas P. Cullinan (ripubblicato in Italia dall’editore DeA Planeta), ambientato nel cuore della Guerra di Secessione statunitense. Siamo nel Sud e il caporale nordista John McBurney viene trovato nel bosco, gravemente ferito a una gamba, da una delle allieve del collegio femminile gestito dalla rigida Martha Farmsworth (la Kidman).  Accolto con timore pari al senso della carità cristiana, il caporale diviene l’oggetto di cure mediche che evidentemente innescano una relazione ambigua nel puritano gineceo fremente di pulsioni sotterranee. È questo il livello d’intervento che evidentemente interessa maggiormente alla regista, ritrovando in esso il contrasto tra astrazione psicologica e tensione emotiva che caratterizza le sue opere.



Il soldato, del resto, capisce ben presto il ruolo che gli spetta e non esita a innescare opposte attenzioni, nel tentativo di ritardare il momento di essere consegnato ai sudisti. Così mentre seduce Edwina, l’altra insegnante del collegio (interpretata da Kirsten Dunst), il caporale non manca di rivolgere le sue attenzioni verso Alicia (Elle Fanning), la più intraprendente delle allieve, lasciando che Martha governi come può l’attrazione che evidentemente cova sotto le sue rigide maniere puritane.

Sofia Coppola lavora su questo complesso di pulsioni lasciandole confondere dall’atmosfera sospesa e brumosa del Sud, in cui il senso di alterazione spaziale diviene astrazione dalle regole e, al contempo, un implicito scenario gotico. Il finale lascia implodere la crudeltà sotto la coltre delle impassibili abitudini, mentre tra le mura della scuola si consuma una guerra che sostituisce alle divise le passioni e le dinamiche di ruoli sociali e psicologici. Sembra quasi un ritorno alle atmosfere astratte e intriganti del suo film d’esordio, “Il giardino delle vergini suicide”, ma in sostanza la Coppola tiene fede a una visione del mondo dove il cerchio magico delle relazioni diviene una sorta di incantesimo in cui la realtà perde i suoi connotati e si trasforma in un quadro astratto di comportamenti fuori dalle regole.

 

 


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