PeaceLink: l’Ilva di Taranto è fuori norma. Va chiusa l’area a caldo

Chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto. E’ questa la posizione di PeaceLink, espressa dal suo presidente, Alessandro Marescotti. Il ragionamento parte da una constatazione: “all’interno di questa nuova Aia dobbiamo saper argomentare che ciò è la logica conseguenza della mancata attuazione dell’Aia 2012, che è stata prorogata a ripetizione senza ottenere gli effetti per cui le proroghe erano state decretate. Lo stesso onorevole Pelillo dichiarava che se non fosse stata applicata l’Aia dell’Ilva egli stesso ne avrebbe chiesto con noi la chiusura. Siamo nel 2017 e oggi Arcelor Mittal nella sua domanda di Aia sottolinea che varie prescrizioni non sono state attuate e chiede tempo fino al 2023 per attuarle”.


Numerosi gli esempi di prescrizioni non attuate: i filtri a manica per il dimezzamento delle emissoni di diossina, i filtri a manica per la cokeria, i sistemi Proven della cokeria, la messa a norma del GRF, l’ammodernamento degli altoforni per evitare il rilascio di acido solfidrico dagli altoforni, la copertura dei parchi minerali e dei nastri trasportatori, la chiusura completa delle aree di gestione di materiali polverulenti. Mittal, secondo Marescotti, “chiede tempo fino al 2023 perchè – da quello che leggiamo – non ci sarebbero neanche i certificati di prevenzione incendi, essenziali per impianti a rischio di incidente rilevante. E non ci sono neppure cose fondamentali come il sistema di raccolta di acque di prima pioggia, o la pavimentazione delle aree per evitare la contaminazione della falda. Quello che lo Stato consegna ad Arcelor Mittal è uno stabilimento fuori norma, che dovrebbe essere fermato in varie parti dell’area a caldo se vigesse la legge”.
PeaceLink chiede la chiusura dell’area a caldo non per un pregiudizio anti-industrialista, ma perché ritiene che la legge vada rispettata. “Oggi – prosegue Marescotti – abbiamo uno strumento formidabile di pressione dalla nostra parte: i pericoli per la salute costituiti dai Wind Days. Essi costituiscono un pericolo immediato per la salute, lo riconosce la ASL oltre che la letteratura scientifica. Ci viene in soccorso l’art.8 direttiva 75/2010: “Laddove la violazione delle condizioni di autorizzazione presenti un pericolo immediato per la salute umana o minacci di provocare ripercussioni serie ed immediate sull’ambiente e sino a che la conformità non venga ripristinata conformemente alle lettere b) e c) del primo comma, è sospeso l’esercizio dell’installazione, dell’impianto di combustione, dell’impianto di incenerimento dei rifiuti, dell’impianto di coincenerimento dei rifiuti o della relativa parte interessata”. Altro articolo che ci viene in soccorso è l’articolo 29 decies comma 9 del Codice dell’Ambiente (dlgs 152/2006): “In caso di inosservanza delle prescrizioni autorizzatorie o di esercizio in assenza di autorizzazione, ferma restando l’applicazione delle sanzioni e delle misure di sicurezza di cui all’articolo 29-quattuordecies, l’autorità competente procede secondo la gravità delle infrazioni:
(comma così sostituito dall’art. 7, comma 9, d.lgs. n. 46 del 2014)
a) alla diffida, assegnando un termine entro il quale devono essere eliminate le inosservanze, nonché un termine entro cui, fermi restando gli obblighi del gestore in materia di autonoma adozione di misure di salvaguardia, devono essere applicate tutte le appropriate misure provvisorie o complementari che l’autorità competente ritenga necessarie per ripristinare o garantire provvisoriamente la conformità;
b) alla diffida e contestuale sospensione dell’attività per un tempo determinato, ove si manifestino situazioni, o nel caso in cui le violazioni siano comunque reiterate più di due volte all’anno;
c) alla revoca dell’autorizzazione e alla chiusura dell’installazione, in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazioni di pericolo o di danno per l’ambiente;
d) alla chiusura dell’installazione, nel caso in cui l’infrazione abbia determinato esercizio in assenza di autorizzazione”.



“Tuttavia – spiega il presidente di Peacelink – nonostante queste siano norme importantissime e imprescindibili, non possiamo esimerci dal presentare osservazioni all’Aia dell’Ilva, nella consapevolezza che un’Aia “pesante” e “impegnativa” – sia in termini di costi per la tutela ambientale sia in termini di cronoprogramma stringente – costituisce per i nuovi gestori un problema, dato che hanno il compito di riportarla in attivo (attualmente è in perdita) e non hanno intenzione di spendere per ottemperare ad un’AIA seria e puntigliosa. Ovviamente un’Aia seria e puntigliosa farebbe in teoria scattare la diffida, la sospensione dell’attività, la revoca dell’autorizazione Aia e la chiusura dell’installazione, come prevede la legge per chi non osserva la legge. Ma poiché la legge in Italia viene elusa, occorrerà rivolgersi alla Commissione Europea. Sarebbe importante che Comune e Regione facessero lo stesso”.


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