Renzi e le due Taranto con l’ago nel braccio

Dentro c’è Taranto. Prende posto, aspetta, applaude (in verità, non proprio scrosciante l’applauso..) restituisce l’accredito e se ne va.


Fuori c’è Taranto. Arriva in piazza, impugna il megafono, aziona il video, scatta foto, urla di rabbia, sfoga le ansie, si sente frustrata ma…. non molla. Non ha bisogno di accredito, sfida il calore. E se ne va.



Nel mezzo, in una fascia sospesa tra il potere e l’incanto di sentirsi impuniti, c’è la politica. Quella di oggi. Quella di Taranto che ha reso infertile questa terra provata. C’è la prassi partitica, la corsa al posto migliore  per dire io c’ero, per caricarsi di ruoli che la città che sta fuori rinnega, non riconosce, respinge, contesta.  E quasi quasi ci vomita addosso.

Nel mezzo, tra l’altro, e non è poco, anzi può essere tutto, c’è una madre che piange la malattia di suo figlio, ci sono i ragazzi che vogliono vivere come gli altri coetanei d’Italia, i lavoratori usurati, le famiglie aggrappate ai volontari dell’Ant, le avanguardie rumorose orfane delle folle ritiratesi al mare, i docenti che non si arrendono al peggio che ad un alunno si possa insegnare: la rassegnazione.

Ecco, tra le due Taranto, quella di dentro (assiepata al museo) e quella di fuori (in una piazza multiforme eppure compatta) passa la linea che varca i cordoni delle forze dell’ordine, gli uomini col casco che magari quel casco vorrebbero togliere pensando agli amici, ai parenti, ai morti ammazzati dal veleno d’acciaio. C‘è lo scontro tra rocce granitiche che un terremoto sociale ha smosso dopo decenni di appiattimento di convenienza, trasversale e generale: tutto quello a Roma non è affatto piaciuto. A Monti, a Letta, a Renzi, al sindacato vetusto, al macrocredito in doppio petto, alla stampa dei padroni che adesso si alleano per non morire da soli, al potere che mette la parrucca per sembrare nuovo a stesso.


Taranto non lo sa ma ha messo paura.  Dieci decreti ne sono la prova. Ma non lo sa. Perché è abituata a non credere in sè.

Tutti quelli che stavano dentro, oggi, mentre Renzi pontificava se stesso richiamando anche Sparta, e Franceschini raccoglieva le lodi dimenticando l’affaire Soprintendenza, hanno assistito alla rappresentazione di un mondo perfetto dove il malessere va messo nel conto e il benessere va perseguito anche a costo di alimentare dolore.

Sì, perché inaugurare un luogo di memoria patinando il presente dovrebbe  creare imbarazzo: in chi parla e in chi ascolta. Ma nella Taranto che stamattina era dentro, nella sala d’ingresso del MarTa, in fila come al cinema (e i giornalisti ammassati a lato come alla fiera del bovino) il dolore e la morte sono vissuti come elementi necessari al progresso, al lavoro, all’economia nazionale che della protesta di Taranto (quella di fuori) non sa cosa farsene.

Tutto qua, senza elusioni e false illusioni. La serialità con la quale il presidente del Consiglio enuncia i suoi risultati bypassando contesto, minoranze e proteste, ormai non fa notizia. Fa specie, però. Perché ci vuole davvero coraggio a pensare di concedere (decimo decreto) l’immunità penale a chi acquisterà l’Ilva e poi venire a dire ad una popolazione con l’ago di chemio nelle vene che “la salute sta a cuore a tutti!”. Un ago che non guarda in faccia a nessuno, fuori o dentro che sia questa Taranto di cui si dovrebbe avere PIETA’.

Stamattina, di fronte alla Taranto di dentro abbronzata e plaudente (per la maggior parte, tranquilli tutti !) è apparso Renzi così come lo conosciamo. Tronfio, seriamente convinto, ammiccante, ruffiano, promoter quasi per hobby del suo ego a mille cifre.

Fuori non lo hanno visto. Ha fatto il giro largo. A Taranto il premier entra dalla porta di servizio e dalla stessa guadagna l’uscita. Contento lui, contenti tutti?


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