Se lo Stato è un socio che opprime: salviamo imprese e professionisti da questa tassazione

Se lo Stato è un socio che opprime: salviamo imprese e professionisti da questa tassazione

Partite Iva che alzano bandiera bianca. Lo Stato che tra acconti da versare e tassazione oltre il limite della sopportazione diventa un socio “occulto”,  opprimente e avverso.  Breve analisi e proposte a firma di Simona Grassi (studio Rizzo).


 

È un popolo in subbuglio quello delle partite Iva. E la legge di bilancio non ha certo migliorato la sua condizione. Il carico fiscale e contributivo sulle imprese va inoltre aumentando, nonostante le ripetute promesse di riduzione di tasse e oneri previdenziali.  Ormai, la tassazione arriva ad assorbire il 60% dei profitti derivanti dall’attività annuale. Quota che raggiunge il 64% se si tiene conto di tasse e imposte comunali, diritti camerali ecc. ecc.  I dati sulle partite Iva, forniti dal Ministero delle Finanze e aggiornati al 2018, rivelano inoltre che negli ultimi dieci anni il numero delle aziende cessate è lievitato. Le ragioni sono individuabili anche nell’eccesso degli adempimenti burocratici e nella congiuntura economica sfavorevole… ma è soprattutto la pressione fiscale ad incidere sui profitti delle piccole e medie imprese. Come se non bastasse, in queste  prime settimane del 2020 vanno chiudendosi migliaia di posizioni Iva, causa fuoriuscita dal regime dei forfettari.  La manovra di bilancio ha infatti stabilito alcune restrizioni per l’accesso al regime, basandosi sui dati realizzati nel 2019 e applicando in maniera retroattiva le nuove disposizioni. Da più parti s’invoca una riforma fiscale.  Sarebbe opportuna, certo,  ma i tempi richiedono interventi immediati. Ne abbiamo individuati alcuni:



La disciplina degli acconti 

Attualmente un contribuente è obbligato a versare un acconto pari al 90% delle imposte maturate sull’anno precedente. Lo Stato chiede dunque il versamento di somme sulla base di un reddito non ancora maturato. Per non parlare dell’acconto Iva, la stangata di fine anno che ogni 27 dicembre arriva puntuale per i contribuenti. Proposta: perché non disapplicare progressivamente il sistema degli acconti e dei saldi? Gli esempi giungono dal nostro lavoro quotidiano, lampanti. Ecco un caso: una ditta individuale si è ritrovata a contabilizzare un utile di 60 mila euro con conseguente totale dovuto allo Stato pari a 68mila euro tra imposte, tasse e contributi a saldo e, soprattutto, a titolo di acconti!!!!

 

I contributi previdenziali 


Artigiani e commercianti, versano all’Inps durante l’anno 3600 euro (somma minima obbligatoria) e tra i professionisti tante sono le categorie che versano somme consistenti a prescindere dal reddito. Perché invece non rendere i contributivi proporzionali al reddito, perché non ridurre la pressione almeno per le imprese in fase di start up? Tornando al caso precedente: la ditta individuale con utile di 60.000 euro… si è ritrovata a versare  contributi in acconto per un importo di circa  15mila euro!!! E’ evidente il perché le aziende, ogni anno, si ritrovano a riflettere su come lo Stato sia il socio di maggioranza che impedisce di fatto ogni possibilità di crescita, sia in termini di fatturato sia di forza lavoro. E’ alquanto bizzarro che un’azienda con un guadagno di € 60.000 per pagare tasse e contributi per € 68.000 sia addirittura costretta a richiedere un prestito.. Come si può pensare che un piccolo imprenditore possa assumere anche solo un dipendente… se fatica a mantenere la propria famiglia?   Per di più, questa breve analisi non considera il costo del lavoro che merita un articolo a parte. E’ auspicabile una netta riforma del sistema fiscale, certo, ma accompagnata da una reale e maggiore considerazione per chi fa impresa, ovvero per il tessuto economico del Paese. Punto di partenza potrebbe essere la certezza normativa, sino ad oggi colpita dai continui mutamenti di orientamento governativo.

Simona Grassi

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