Taranto e l’acciaio. Reazioni e commenti al nuovo piano di Arcelor Mittal

Taranto e l’acciaio. Reazioni e commenti al nuovo piano di Arcelor Mittal

Nuovi tagli all’occupazione, riduzione della produzione, risanamento ambientale sempre più marginale. E’ quanto si evince dall’ultimo piano industriale presentato da Arcelor Mittal al Governo. Una partita cui Taranto guarda da spettatore, pur essendo il principale protagonista quale sede del più grande impianto siderurgico ex Ilva. Il tributo pagato dal capoluogo ionico all’acciaio è alto e doloroso, però nessuno sembra curarsene. Sullo Ionio, fasce sempre più ampie della città non credono più che la siderurgia possa essere il futuro del territorio. Ma i fatti, viaggiano più veloci: l’acciaio, forse, non è nemmeno il presente di Taranto. Di seguito pubblichiamo gli stralci di alcuni commenti sui recenti sviluppi della vicenda Arcelor Mittal. C’è un termine che ricorre spesso: accordo di programma.


Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto: “Siamo al momento allo oscuro del piano di ArcelorMittal, quando avranno la decenza di parlare con la città faremo le nostre valutazioni, anche se non ci aspettiamo nulla di buono, nulla su cui fondare un futuro sostenibile di quella fabbrica. Se i termini della questione sono solo e ancora altiforni, dilazioni, prestiti ed esuberi, proprio non siamo interessati. Il Governo ci convochi per l’accordo di programma, prepariamoci insieme seriamente, basta bugie alla comunità e ai lavoratori. Non si sprechi un altro euro pubblico senza una radicale prospettiva verde, costi quel che costi”.



Massimo Battista, consigliere comunale indipendente (operaio ex Ilva): “Nonostante l’emergenza covid a Taranto continua lo spettacolo squallido offerto dai soliti attori, Governo, Mittal e parti sociali. Qualcuno lo definiva Il miglior accordo possibile nelle peggiori condizioni, altri invece definivano Mittal un imprenditore serio e chi invece affermava che l’Ilva fosse un gioiello. Dagli ex Ministri dello Sviluppo Economico Di Maio e Calenda passando per i vari sindacalisti si sono sprecati fiumi di encomi per i nuovi padroni. Nessuno resterà senza lavoro, con i lavori A.I.A che dovevano essere conclusi nel 2015 prima e con il nuovo Dpcm, del 29 Settembre, nel 2023.

Oggi Arcelor Mittal annuncia il nuovo piano industriale, queste le richieste del colosso francoindiano: un miliardo di euro per far entrare lo Stato nel capitale sociale, 200 milioni di euro a fondo perduto come bonus Covid, 600 milioni di euro come prestito garantito dalla Sace. Questo garantendo la costruzione di un solo forno elettrico tra 4 anni. Sul piano occupazionale
vorrebbero passare entro il 2020 da 10.700 dipendenti a 7.500 con 3200 esuberi a cui vanno aggiunti i 1600 in forza a Ilva in As, sbattendo fuori subito 3300 persone. Se si considera che la situazione ambientale non è per niente migliorata e che ora ci saranno altre famiglie che dovranno fare i conti con la retribuzione ridotta e che i malati continuano ad aumentare nel nostro territorio, possiamo affermare che questo l’accordo del 6 settembre 2018 è stato un fallimento totale.

L’unica strada possibile è l’Accordo di programma cosi come è avvenuto a Genova e Trieste, nessun tavolo deve più esistere se le parole chiave non saranno chiusura immediata, smantellamento, bonifiche, decontaminazione dei terreni inquinanti con le maestranze adeguatamente formate, incentivo all’esodo e beneficio amianto per i lavoratori. Un futuro diverso per Taranto sarà possibile solo con l’unione di tutti, cittadini e lavoratori sotto un unica bandiera, Taranto libera”.


Associazione Genitori tarantini Ets – “A Trieste, come già in precedenza a Genova, chiude la produzione a caldo di acciaio. Siamo felici per i triestini, sempre vicini a Taranto e dai tarantini ricambiati, ma sappiamo perfettamente che la chiusura dell’area a caldo non è esclusivo frutto delle loro lotte. Come fu anche per le donne di Cornigliano che, nonostante vent’anni di impegno, videro nascere un accordo di programma solo per bloccare un pesante intervento della Magistratura genovese. Se fosse merito delle proteste popolari, uguale sorte sarebbe già da tempo toccata alla produzione inquinante ancora insistente a Taranto. E, a differenza di Genova, qui la Magistratura è stata bloccata in tackle.

Magari qualche sospetto potrebbe anche venirci da quel “E’ quasi inevitabile”, in risposta alla domanda sull’ingresso dello Stato nell’ex-Ilva attraverso l’intervento della Cassa depositi e prestiti. Qualche altro sospetto ci deriva da una dichiarazione sempre del ministro allo Sviluppo economico: “Non ci si può più permettere di ragionare su una crisi aziendale, Taranto è forse il tavolo di crisi più ampio ma se guardiamo al caso singolarmente facciamo un errore. Serve un piano strategico per la filiera”. Che, tradotto, vuol dire che nessuno può permettersi di chiedere la chiusura dell’area a caldo di Taranto visto che questa serve per fare produrre a freddo le acciaierie del nord. Con buona pace per la memoria dei nostri morti, per le sofferenze dei nostri malati di tumore, per i tarantini colpiti da preoccupanti problemi all’apparato cardiovascolare e a quello respiratorio. Con buona pace per quei genitori che, in numero sempre crescente, vedono partire i propri figli per altre destinazioni, nella totale indifferenza della politica a tutti i livelli. Con buona pace per la Natura che, nonostante le mortali ferite, continua a regalarci segni positivi.

Ma cosa resta dell’acciaio, se non un cumulo di debiti, di perdite economiche insopportabili, oltre ai danni alla vita e alla salute delle persone e ai continui attacchi alla salubrità dell’ambiente? Cosa resta dell’acciaio, a noi tarantini, se non le lapidi con le foto di Ambra, Alessandro, Miriam, Francesco, Elio, Benedetta, Roberta, Mario e tante altre piccole vittime sacrificate al killer e ai suoi mandanti?

Bisognerebbe sempre prendere decisioni importanti e coraggiose, se dettate dalla Giustizia; ma, purtroppo, il coraggio non è di questo governo, come non lo è stato dei governi precedenti. A pensare male, si potrebbe intravvedere una sudditanza a favore delle multinazionali della grande industria. A pensare male, si potrebbe pensare a quanto dilettanti siano i politici italiani che violentano il “bel paese” e le prospettive di sviluppo attraverso le prerogative proprie di questa nazione per godere del falso rispetto che il mondo riserva alle nazioni più industrializzate. A pensare male, qualcuno potrebbe anche chiedersi perché ci si schiera così prepotentemente a favore del brutto contro il bello, a favore delle malattie contro la salute, a favore della morte contro la vita, a favore delle ingiustizie contro la giustizia.

A pensare male, infine, ci chiediamo di quanta miseria umana si siano vestiti i parlamentari eletti nel nostro territorio, visto che nessuna voce in capitolo sembrano avere quando si parla del benessere dei propri concittadini. A pensare male degli altri si fa peccato, ma…”


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