Taranto, hanno perso tutti e non lo vogliono capire…

Inesorabilmente a picco. L’affleunza alle urne a Traanto rispecchia l’andamento nazionale ma si caraterizza per l’inefficacia delle sue peculiarità locali.


Cito non riesce più a sfondare nella città che protesta e chiede “ordine”. Gli ambientalisti divisi  (anche sulla stessa prospettiva Ilva) collezionano solo batoste. I Cinque Stelle dilapidano la forza del loro marchio e a Taranto, come nel resto della Puglia, usano il diesel invece di inserire il turbo.



Accade così che le due coalizioni conservatrici, e somiglianti, socialmente minoritarie ma ben organizzate,  capaci di trasferire una parvenza (parvenza!) di compattezza lineare, raccolgano il minimo indispensabile per qualificarsi al secondo turno di ballottagio. Riepilogando in numeri, il prossimo sindaco di Taranto, nella migliore delle ipotesi, potrà godere del 20% del consenso degli aventi diritto, in uno scenario desertificato dall’ultimo decennio che ha sparigliato le carte molto più di quanto sia avvenuto nel resto d’Italia.

Le due coalizioni (Baldassari e Melucci) sono la fedele, coerente e plastica (come usano dire i politologi) rappresentazione delle maggioranze che si sono avvicendate dal 2007 ad oggi sotto la guida del sindaco Stefàno. Transumando da destra a sinistra, sostando per convenienza numerica nel centro molle e talvolta liquido della politica ionica, l’idea di maggioranza comunale strada facendo ha lasciato posto alla configurazione impalpabile di una maglia larga, molto larga, dove chiuque abbia voluto si è cucito un punto a suo favore. Capitalizzandolo. Chi vincerà il prossimo 25 giugno farà i conti con gli stessi banchi mobili dell’assise comunale.

I tarantini non votano più, come gran parte degli italiani hanno fatto a questo giro, perchè questo porto non presenta approdi stabili. E chi ha tentato, frettolosamente, di allestire  una alternativa elettorale  ha sbagliato strategia e calcoli. Si è autoilluso, giorno per giorno, di essere compresibile, efficace e sufficientemente penetrante nel tessuto connettivo di una Città che invece in tanto stentano a leggere con lucidità politica. In alcuni casi, l’idea che queste comunali fossero solo un trampolino per le Politiche è costata caro. In altri, è stata bocciata la banalizzazione della proposta di Città.


Se il 48% degli aventi diritto non entra nei seggi, la colpa è di chi non è riuscito a convincere questa moltitudine stanca con il proprio discorso politico. Una  colpa politicamente soggettiva, distribuibile proporzionalmente tra coloro i quali si sono posti come il cambiamento senza illustrare sino in fondo cosa significasse e quale portata politica potesse avere. Enunciare  il futuro non basta ed evocare il passato non funziona più. Alla politica tarantina manca drammaticamente la lettura reale del presente. Nessuno sinora è stato in grado di leggere l’astensione e tutti si arrampicano allo specchio appannato del piccolo bottino raccolto nelle urne.

Il ballottaggio chiuderà malinconicamente questo quadro desolante. Nelle ultime tornate, il calo fisioologico di partecipazione aveva superato il 20%. Se questa tendenza dovesse confermarsi anche il 25 giugno, e le premesse ci sono tutte, andrà al voto il 35-38% degli eventi diritto: meno di 60mila tarantini decideranno, insomma, chi amministrerà la città sino al 2022.  Comunque vada, è una sconfitta per tutti.  Una rinfrescata alle pareti della classe dirigente cittadina si fa urgente. Il nuovo e il cambiamento nei prossimi anni, a cominciare dalle Politiche, dovranno necessariamente avere volti e voci non nuovi… meglio se inediti! Pena, il tramonto della rappresentatività tarantina nel momento storico più delicato dal 1995 ad oggi.

 

L’AFFLUENZA AL PRIMO E SECONDO TURNO A TARANTRO DAL 1993…

 


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