Taranto, il petrolio vince ancora

Taranto, il petrolio vince ancora

Alla fine il petrolio di Tempa Rossa arriverà a Taranto. A nulla sono servite proteste popolari, ricorsi e pareri contrari. Le ragioni dell’oro nero hanno prevalso. Anche il Comune di Taranto si è adeguato e oggi pomeriggio firmerà un protocollo d’intesa con la joint venture Tempa Rossa ed Eni. Palazzo di città sul petrolio si ritrova in piena sintonia con quanto deciso dal governo Gentiloni che “rilancia l’infrastruttura logistica asservita alla filiera del giacimento lucano di Tempa Rossa – scrive il Comune – con ricadute positive per il traffico portuale dello scalo ionico”.


Con queste premesse l’amministrazione Melucci sostiene di aver recuperato “una equilibrata relazione con gli investitori, desiderosi di contribuire attivamente allo sviluppo socio-economico del nostro territorio, nel rispetto delle migliori previsioni in materia ambientale e per l’intera durata del ciclo vitale del giacimento”. Nelle poche righe della nota stampa che annuncia la firma del’intesa non si fa alcun riferimento all’impatto ambientale sulla città e sui lavoratori. Sicuramente i volumi del greggio raffinato aumenteranno. A regìme da Tempa Rossa saranno estratti quasi 50mila barili al giorno che arriveranno a Taranto attraverso l’oleodotto già utilizzato per i giacimenti della Val d’Agri.



Gli impianti ionici reggeranno questo ulteriore carico di attività? Ricordiamo che non sono rari i casi di blocco degli impianti con inquietante fuoriuscita di alte e dense colonne di fumo nero. Ci auguriamo che questi aspetti siano stati considerati “nell’equilibrata relazione con gli investitori” e che le compensazioni previste siano adeguate. Consentiteci, però, di mantenere qualche dubbio. Non abbiamo pregiudizi, anzi il nostro ragionamento si rifà a precedenti decisioni governative come ad esempio quella che negli anni ’90 dichiarò Taranto, Statte, Massafra, Crispiano e Montemesola, area ad elevato rischio di crisi ambientale.

Su questo territorio l’azione delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti economici, deve essere ispirata da due principi, molto semplici: evitare di aggravare il già tragico impatto ambientale e bonificare le zone contaminate. Siamo curiosi di capire come raffinando a Taranto il petrolio di Tempa Rossa si terrà fede a queste due semplici linee guida.

Guardandoci intorno, inoltre, scopriamo che strade diverse sono possibili e in altre aree del paese si lavora in tal senso.  Anche a Gela, in Sicilia, nel 2014 è stato firmato un protocollo d’intesa tra Eni e istituzioni locali, ma prevede la trasformazione della vecchia raffineria in una Green Refinery che da quest’anno produrrà fino a 600 mila tonnellate di green diesel. Dal 2019 utilizzerà al 100% materie prime come oli vegetali usati, grassi animali e sottoprodotti della lavorazione dell’olio di palma. Ad analoga riconversione è stata sottoposta la raffineria Eni di Venezia.


Il mondo cambia, si evolve, utilizza le nuove tecnologie, si riconverte. Taranto, però, sembra condannata a restare ancorata al passato, ad un modello di sviluppo ottocentesco che ha devastato il territorio, che ha esaurito la sua “spinta propulsiva” in termini di crescita economica e nuova occupazione, che è finito pure sotto processo. Ma Taranto è Taranto. Purtroppo!


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