Taranto, il prossimo sindaco… secondo noi

Dal 1993 al 2007 Taranto ha sempre votato con la pancia. L’istinto ha mosso la matita copiativa tracciando sulla scheda un riflesso condizionato. Ha scelto il suo sindaco come un atto di fede, fiducia e speranza. Taranto da quando il voto è diretto ha sempre reagito ad un colpo subìto.


E puntualmente le urne hanno raccolto protesta, malessere, indignazione, speranza. Quest’ultima quasi sempre vana. O vanificata dai fatti e nel tempo…



Stavolta però non può andare così. Stavolta NO.

Nel dicembre del 1993, il centrosinistra ancora in fase di sperimentazione (lo stesso che porterà alla storica sconfitta di Occhetto con Berlusconi il 27 marzo del 1994) si divide tra Carducci e Minervini spalancando le porte di Palazzo di Città a Giancarlo Cito. Decine di migliaia di tarantini (allora votava quasi l’80% degli aventi diritto) aprono una linea di credito sul conto di At6, la Lega di Azione Meridionale che sa incarnare malesseri e malumori diffusi, dal Borgo alle periferie. In città prende forma un civismo chiuso, rigido. E’ una formula ibrida di partecipazione, a metà tra partito ad personam e  carrozzone per riciclati, avventurieri e neofiti, tutti comunque affascinati dal leader e in molti casi dalla possibilità inaspettata di costruirsi un percorso sociale. Taranto esulta per le auto buttate giù in una sola notte dai marciapiedi e si ritrova felice intorno ad una fontana riaccesa.

L’impatto comunicativo di Cito sarà talmente forte da far eleggere a sindaco, tre anni dopo, il suo migliore amico (Mimmo De Cosmo, 1996). L’anno prima, il lider maximo di questa rivoluzione urbana era  stato rimosso da sindaco a causa del rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il citismo non muore.  Anzi, decolla. Taranto sarà amministrata sino al 1999 da una destra con le spalle gonfie, autoreferenziale e improduttiva, abile a vendersi l’ordinario come straordinario, capace di arare quel terreno lasciato incolto dal pentapartito, nella seconda metà degli Anni Ottanta, e sul finale bruciato dai caduti della guerra di mala De Vitis-Modeo. Tutto in tre anni sarà travolto da un fiume impetuoso di polemiche, fuori e dentro le mura di vetro di una città pericolosamente arroccata sulla figura predominante di Cito che marchia a fuoco le strade con uno stile che fa parlare di sé. Stagione breve ma intensa. A parte i processi, le denunce, le querele e le comparsate televisive, del citismo si ricordano soprattutto la guerra senza sconti con l’allora proprietà del Taranto calcio (…il famoso esilio a Castellaneta) l’acquisto della ex sede Upim e del Boccardi Center trasformato in Biblioteca comunale. Il resto è abbrivio elettorale ancora decisivo, specie nel centrodestra.


Nel 2000, Forza Italia è robusta anche a Taranto. “Per andare oltre Cito“, come spiegherà più in avanti negli anni Gianni Florido (ex Dc e Cisl) l’area moderata  pensa ad una alleanza sociale che vada dalla destra alla Chiesa, passando per la cosiddetta borghesia ionica (commercio, medie e piccola impresa, industriali). Un sentiero che lambisce, e talvolta penetra, gli ambienti massonici (Taranto è città ad alta densità di obbedienze…). L’alleanza punta su Rossana Di Bello, fondatrice del primo circolo tarantino di Forza Italia nel 1994, assessore di punta della Giunta regionale Di Staso, la donna che piace alla sinistra (nel 1993 compare nella lista filo socialista pro Gaetano Minervini sindaco) e che “ha scelto la parte sbagliata“.

Ma i tarantini non la pensano così.

Il centrosinistra sbaglia candidato e perde seccamente puntando su Valla, questore di Taranto nativo di Bitonto (di cui più in là diventerà primo cittadino, evidentemente realizzando un sogno di cui non poteva fare a meno…). Nel confronto con la biologa tarantina, il prescelto a sinistra soccombe, senza appelli, su tutti i terreni di confronto. La Di Bello mostra idee chiare consegnandone alle cronache una fondamentale: riqualificare il Borgo, rivitalizzare la Città Vecchia (del piano Urban si conteranno però solo pochi risultati effettivi…) valorizzare la costa di competenza cittadina (l’isola amministrativa dopo Torre Sgarrata) bloccare l’espansione edilizia ad est ed allestire a Porta Napoli un centro direzionale che guardasse con rinnovato impeto al Meridione e al Mediterraneo, a due passi da ferrovia, porto e autostrada, ad un’ora dagli aeroporti pugliesi. Un piano di rilancio cittadino però accompagnato da errori e forzature che costeranno care al sindaco e all’intero centrodestra.

Taranto nel 2001 porta in spalla Berlusconi. Una folla oceanica accoglie e saluta il presidente del Consiglio che accanto a Rossana Di Bello mostra muscoli e sorrisi.

Ma i primi cinque anni amministrativi saranno segnati  dalle costose proroghe degli appalti comunali  (vecchio vizio tarantino che giungeva dal passato…) da una spesa eccessiva nel 2004 (anno delle elezioni provinciali che videro il vicesindaco Tucci perdere contro Florido) e soprattutto la contrazione del debito Boc che da un lato rinegozia gli stringenti mutui a carico del Comune e dall’altro ingessa quasi per sempre il bilancio dell’ente.  Documenti alla mano, saranno questi i presupposti del dissesto che il prefetto Blonda dichiarerà il 17 ottobre 2006.

Non servirà la sterzata che la Di Bello (vincitrice a suon di voti nel 2005 contro il centrosinistra Vico) tenterà di dare all’inizio del suo secondo mandato. Non le riesce la vendita del patrimonio (messa inutilmente a bilancio per tentare il riequilibrio dei conti) non le riesce la rimodulazione della pianta organica (osteggiata dalla nomenclatura di Palazzo di Città) non le riesce lo stop alla proroga degli appalti (rivoluzione tardiva).

Rossana Bi Bello comincia l’opera, al sesto anno di lavoro,  che avrebbe dovuto compiere nel primi cinque. Troppo tardi. Troppo debole in una coalizione meno solida rispetto al passato. Paga l’uscita da Forza Italia (fonda il Partito dei Moderati) e il peso degli errori commessi tra 2000 e 2005 mostra i primi effetti otto mesi dopo la vittoria di aprile (è confermata sindaco a suon di voti il giorno dopo la morte di papa Wojtyla): nel febbraio 2006 viene condannata in primo grado per la delibera di affidamento dell’inceneritore municipale. La sindaca lascia Palazzo e politica. Nel giro di poche ore sei anni di dominio e luna di miele con la città vengono polverizzati. Il centrodestra tarantino ne paga ancora le conseguenze.

 

E’ il 2007 e stavolta l’imperativo è “andare oltre la Di bello, superare il dissesto”. Altro duro colpo, altra reazione, altro giro e altra corsa verso l’ignoto. Una condizione che dovrebbe far tesoro degli errori precedenti. Ma non sarà così. Il centrosinistra, quello delle denunce pubbliche, delle denunce in Procura, dopo aver chiesto platealmente la dichiarazione di dissesto (Pelillo e Vico, nel settem,bre del 2006, durante un confronto con il prefetto Blonda, ne rilevano la ineluttabilità nel Salone degli Specchi, spalleggiati dal Viminale targato Amato e Mennitti…) sbaglia ancora una volta i suoi calcoli.

Il “valore aggiunto” rappresentato da Gianni Florido aveva sfondato nel 2004 ma l’esperimento,  mutuato tre anni dopo, al Comune si rivela disastroso. E’ D’Alema in persona a chiedere al presidente della Provincia di candidarsi anche a sindaco del capoluogo. Voccoli, tribuno storico della plebe, a Palazzo di Città, pesca dal cilindro l’opzione Stefàno, il pediatra ex senatore Pci-Pds. Fu l’autore del gran rifiuto a candidarsi nel 1993 contro Giancarlo Cito, salvo poi accettare la sfida tre anni dopo contro De Cosmo (perdendo). I Ds si spaccano in due, l’Udeur sceglie Stefàno come Carrozzo e una serie di nuove liste civiche. La città che nel 2000 aveva scelto Rossana Di Bello, per superare il citismo, stavolta si affida a Ippazio Stefàno… “il medico che curerà le ferite di Taranto” reciterà uno degli slogan più riusciti nel 2007 e che nel 2012 sarà confermato per manifesta inferiorità degli avversari. Una cura parente lontana del placebo.

Nove anni vissuti sempre sull’orlo della crisi politica, senza un’idea di fondo da lanciare oltre tutti gli ostacoli. Una parentesi tonda di basso profilo politico, stretta in una parentesi quadra di corridoi e segreterie dell’inciucio continuo. Tutto contenuto in una parentesi graffa trapunta di spaventose incognite da affrontare: gli effetti pratici del dissesto (brandito come alibi) la questione Ilva (salute, lavoro, ambiente) la fuga di Evergreen, gli arresti eccellenti, il ritorno in grande stile della malavita locale e calabrese, la crisi economica che cancella migliaia di piccole aziende e mette in ginocchio, tra gli altri settori, anche quello dell’editoria locale, con un prezzo democratico altissimo da pagare.

E’ algebra senza soluzione, la politica targata Stefàno. Un percorso tortuoso dove il talento è tirare a campare e l’obiettivo arrivare alla fine di tutti i mesi di questo decennio di dissesto politico che ha fatto drammaticamente seguito al dissesto economico.

Ezio Stefàno è stato per Taranto il sindaco sbagliato nel momento migliore che un sindaco potesse vivere per ricostruire la propria città dalle macerie. E molti dei suoi assessori, tra semestrali (!!!) e fiduciari di lungo corso, hanno amministrato come si fa con il proprio quartiere, guardando mai oltre il marciapiedi di fronte, occupandosi dell’isolato, seguendo il tempo dei semafori pensando che passare col verde e fermarsi col rosso fosse cosa straordinaria, meritevole di applausi e nastrini. Elevando il poco a rango di tutto.

Taranto è stata amministrata come un grande quartiere di 200mila abitanti, senza mai guardare oltre, altrove, ovunque ci fosse una prospettiva di medio periodo. Decine di assessori hanno varcato la porta girevole di Palazzo di Città, spesso a secco di conoscenze amministrative, quasi sempre intervenendo a crudo su un tessuto malato da preparare, invece, con cura politica e dovizia sociale (avremo modo e tempo di dettagliare).

Taranto con Stefàno ha perso l’ennesima grande occasione. 

Ma non è più tempo di votare d’istinto. E’ invece il tempo della sosta e del ragionamento. Taranto dovrebbe dare seguito alla sua primavera ambientalista, salutare, civile, innovativa nei processi di scelta e partecipazione, democratica. E’ in corso un dibattito aspro e complicato, vero. Basti pensare ai giorni in cui questo dibattito non c’era… per capire come si tratti di una stagione virtuosa, straordinaria. Guardarsi allo specchio e scommettere senza indugio su se stessi, questa è la sfida: serve un voto che rafforzi la nuova consapevolezza di città ricca di storia e valori condivisi. Articolata e divisa, certo. Taranto non può permettersi il male minore, tantomeno troccollanti da corteo e piazzisti d’occasione.

Questa Città finalmente esiste ed è venuta allo scoperto. Ha il dovere di chiamare a raccolta chi non vota più da cinque anni, quasi 100mila persone!

Bisogna sventrare Taranto, abbiamo scritto su questo giornale alcuni mesi fa. Ecco, è arrivato il momento di farlo e di saperlo fare portando nel Palazzo questa nuova consapevolezza che adesso richiede saggezza. novità e lungimiranza.

L’Homo Ionicus è rimasto indietro, sfiduciato e rassegnato. Stanarlo è un dovere civile e farà la differenza, il grimaldello contro le clientele e la malavita che invece puntualmente votano e sanno votare.

Taranto non ha bisogno di sindaci forti e scimmie urlatrici. Taranto chiede una visione delle cose da fare, condita dalla presunzione di potercela fare, accompagnata dalla forza intellettuale di dovercela fare, rafforzata dalla consapevolezza di aver già fatto qualcosa. Poco ma qualcosa.

Non è più tempo di latifondisti delle tessere di partito, venditori di voti a 50 euro, pusillanimi elettorali pronti a vendersi la madre pur di conquistare lo strapuntino municipale per 1000 euro al mese in gettoni d’acciaio. Le prossime elezioni dovranno essere altra cosa.

Taranto ha detto No a Tempa Rossa (Ma Tempa Rossa si farà..) . Ha detto NO all’Ilva che uccide e sogna aria, terra e mare senza quell’Ilva (ma Ilva non si tocca anche se venderla si sta rivelando impossibile…) . Taranto rivuole il suo porto, la costa, le terre da arare, le pecore da sfamare. E i suoi bambini, soprattutto quelli che nasceranno, sembra quasi ci stiano già guardando. Taranto vuole cure specifiche oggi e non può attendere che l’affare San Cataldo si compia nel prossimo decennio.

Chiunque la pensi cosi, compia un passo indietro per farne uno poderoso, convinto, serio, lungimirante. E lo faccia in avanti. Insieme. Perché la ‘ndrangheta (per dirne una ..) è già qui che frequenta gli angoli del Borgo e fa nuovo proselitismo sui campi di battaglia delle periferie. E quelli non sbagliano mai. Soprattutto nei seggi.

E’ tempo di osare per non avere più rimorsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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