Taranto, una piazza festosa e combattiva per un futuro tutto da costruire

Una ciminiera abbattuta. Al suo posto un albero di ulivo, simbolo di pace ma sopratutto di quel futuro che Taranto rincorre da anni. Il vecchio e il nuovo. Quello che resiste e quello che ancora non c’è. Un percorso da costruire. Anzi, da immaginare. Visionari, un po’ folli, audaci, affamati di cambiamento. Così vorremmo che fossero i prossimi anni a Taranto.


Da capitale dell’industria di impostazione ottocentesca a comunità green e smart. Una città che ragioni con una sola mente e che si muova all’unisono in una fantastica coreografia. Un corpo granitico e compatto che arpioni il futuro e lo faccia suo. Sarebbe bello ma la realtà ci obbliga ad essere concreti. Concreta è la voglia di dire basta ai fumi, ai veleni dell’Ilva e delle altre industrie che hanno devastato il territorio. Giustizia per Taranto ha smosso la coltre di cenere sotto il quale “il fuoco” era stato sepolto.



Il fuoco c’è e arde ancora. Questa è una buona notizia, anche per chi non è sceso in piazza e per chi si è voltato dall’altra parte. Però non basta. Anzi, è frustrante dover ricominciare ogni volta, ricostruire il puzzle, rimettere insieme i tasselli. Tornare indietro due caselle e ripartire non porta da nessuna parte: logora l’entusiasmo, consuma le energie anche dei più tenaci, dei più convinti.

La piazza di oggi era festosa e combattiva. Ma poi ci sono i decreti, la ragion di Stato, i patteggiamenti, i rinvii contro i quali si infrangono speranze e ambizioni. Probabilmente ci vorrà tempo prima di vedere germogliare quella pianta d’ulivo intorno alla quale cantavano i bambini. Ma è per loro che bisogna continuare a lottare. Comunque, ad ogni costo.


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