Un ombrello pubblico per l’ex Ilva Taranto. Un futuro già visto

Un ombrello pubblico per l’ex Ilva Taranto. Un futuro già visto

Oggi, probabilmente, sulle acciaierie di Taranto verrà aperto l’ombrello pubblico di Invitalia. Negli anni ’60, ’70, ’80, questa notizia sarebbe stata accolta con toni trionfali. Nel 2020 per Taranto questa suona come una nuova condanna.


Una condanna agli stessi errori compiuti e ripetuti nel tempo. Una condanna al sacrificio in ragione di interessi strategici sempre più aleatori. Una condanna ad un modello di sviluppo logoro e antiquato. Una condanna a non poter decidere il proprio destino.



Eppure la strada da percorrere era già conosciuta a fine luglio del 2012: fermare l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. Ambiente svenduto, ha svelato il male, lo ha reso evidente a tutti ed ha indicato anche la cura. Si trattava, però, di una medicina amara e nessuno ha avuto il coraggio di prescriverla.

Dopo otto anni sono stati bruciati miliardi di euro e persi migliaia di posti di lavoro. Lo stabilimento è stato consegnato ad una multinazionale cui poco interessano le sorti del territorio e della nazione che la ospitano. L’economia è stata devastata da mancati pagamenti, contrazione di forniture e appalti. L’emergenza sanitaria si è aggravata. Le bonifiche sono rimaste argomento per convegni e tavole rotonde. Quanto è costato tutto questo in termini economici, di spese sanitarie, di vite umane, di mancato sviluppo?

Il conto è lungo e salato e ancora una volta lo pagheranno i tarantini. La città, intanto, piange un’altra giovane vittima. Si chiamava Vincenzo, aveva 11 anni ed abitava al rione Tamburi. La lista del dolore si allunga. La chiazza di sangue sulla città si allarga: cittadini, operai, bambini. Il male non arretra. E nemmeno fumi e polveri. Tutto il mondo combatte contro il covid per difendere la salute. Ma quando i tarantini chiedono di tutelare la loro salute, questo principio universale e fondamentale, passa in secondo piano. Così non va. Non più.



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