Woody Allen sulla ruota delle meraviglie

    Coney Island sullo sfondo, controfigura di una New York che scompare nelle quinte di un Woody Allen sospeso tra i generi che ormai guardano a distanza quella commedia su cui si fonda il suo cinema.


    Questa volta siamo più che altro in un ambito da dramma arthurmilleriano: “La ruota delle meraviglie” (in programma al Cinema Bellarmino) distilla l’innocenza perduta della semplice gente d’America in un dramma familiare a tinte forti (e non solo per la potente fotografia di Vittorio Storaro, che scolpisce di cromatismi la luce di ogni inquadratura). La scena è quella degli anni ’50, i colori sgargianti di un sogno americano immersi nel paese dei balocchi ai margini di Brooklyn: la grande ruota panoramica fa da sipario per l’entrata in scena della protagonista, la candida Carolina interpretata da Juno Temple, la classica ninfa alleniana che raccoglie in sé tutta la bellezza sprecata e la fatale fugacità che, in questa sua tarda età, il regista riconosce alla vita. È lei la meraviglia attorno alla quale ruota l’universo del film: in fuga dal marito gangster, che la vuole morta perché ha “cantato” con la polizia, Carolina chiede rifugio al recalcitrante padre Humptey, rude ma dolce guardiano della giostra (Jim Belushi). Questi ha ora una nuova moglie, Ginny (una sfiorita e potente Kate Winslet), che combatte quotidianamente con un figlioletto piromane e con la cocente passione per Mickey (Justin Timberlake), il piacente bagnino della spiaggia. È lui il primo motore immobile della scena, tramite alleniano della messa in scena, narrator in fabula che, dall’alto del suo trampolo di guardiano della spiaggia, illustra gli eventi con la sapienza della sua passione letteraria. Se mai sarà uno scrittore di successo non è dato sapere, certo è che Mickey scompiglia l’ordine delle cose con innocenza pari a quella di Carolina: entrambi portano sotto la ruota di Coney Island una verità differente per ognuno dei protagonisti, lasciando al dramma di Woody Allen la forza di dire quanta e quale tristezza si celi nel destino immutabile di ognuno di loro. Il film procede infatti verso il suo inevitabile epilogo con la determinazione di una tragedia antica quanto l’umanità, scritta da Ananke sulle pagine del destino, facendo rima con fatalità, tradimento, segreto. Ginny si aggrappa al giovin amore con la disperazione dell’ultima occasione da non perdere, Mickey col libro in mano guarda l’orizzonte marino dall’alto della sua sedia e inciampa quasi senza volerlo nella bellezza di Carolina, che ai suoi occhi di scrittore ha la fragranza e l’innocenza della Vita.



    Woody Allen si muove rasoterra, tra le quinte di questo dramma che tocca le altezze tragiche dell’umana stirpe, ma non sale mai su quella ruota delle meraviglie che troneggia su tutto: lui resta a metà tra l’ispirazione ingenua del bagnino scrittore che insegue la bellezza, l’irrazionale furore del ragazzino piromane che vuol solo dar fuoco al mondo e la stolida cecità del guardiano della giostra, che stacca i biglietti per una ruota panoramica che sembra pur sempre quella su cui corre, stolida come un criceto, l’umanità chiusa nella sua fatale gabbia. La tensione quasi plastica, palpabile, della tragedia creata da Woody Allen resta la cifra drammatica di un film che ha le stimmate più alte della maturità: si freme e si partecipa con convinzione, ma tenendo fede alla impotente frontalità che ci vuole semplici spettatori di un dramma senza vie d’uscita. Che è poi la condizione dell’Uomo nella visione dell’Artista, ovvero nella declinazione della vita secondo Woody Allen.


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